Pd, le contraddizioni di Elly Schlein col rischio scissione

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La sfida congressuale nel Partito Democratico è entrata nel vivo. Lo scontro sarà fra la linea moderata e riformista incarnata dal governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini e quella di sinistra che sarà rappresentata da Elly Schlein, nea deputata indipendente non iscritta ai dem, già europarlamentare del partito (poi uscita in polemica con Matteo Renzi) e vice governatore dell’Emilia Romagna in area sardine.

Elly Schlein ha ufficializzato la sua corsa nelle ultime ore, ma già dopo la dolorosa sconfitta alle elezioni politiche del 25 settembre i media avevano iniziato a lanciarla in pista come l’anti-Meloni, ovvero l’unica in grado di poter rilanciare un Pd ridotto ai minimi termini elettorali.

Elly Schlein ha tutte le caratteristiche per essere considerata un’outsider, ovvero un candidato fuori dagli schemi: non è iscritta al partito, non milita in nessuna corrente dem, proviene dalle fila del movimentismo giovanile, è stata la leader di ‘OccupyPd’, esperienza nata per protestare contro i 101 che affossarono l’elezione di Romano Prodi al Quirinale nel 2013 e che poi proposero le 102 idee per cambiare il centrosinistra.

Il suo sembrerebbe il profilo di una rivoluzionaria, pronta a prendere in mano le redini del Pd per rivoltarlo da cima a fondo e fare piazza pulita dell’intera nomenclatura, responsabile del crollo elettorale e di sondaggi sempre più impietosi. Peccato che, paradossalmente, trovi il sostegno proprio della nomenclatura dem, che teme di essere spazzata via non da lei ma dall’avvento di Bonaccini. 

Con Elly Schlein infatti è schierato Dario Franceschini ex ministro e leader della corrente AreaDem che avrebbe sperato in un ticket fra lei e il sindaco di Firenze Dario Nardella, che invece ha scelto di sostenere Bonaccini. Franceschini secondo i rumors avrebbe scelto di puntare su Schlein perché convinto che soltanto con lei è possibile un rinnovamento pieno del partito, per iniziare una nuova era, visto che Bonaccini è comunque legato alla stagione renziana. Ma i maligni dicono che in realtà voglia guidare il rinnovamento per non ritrovarsi alla fine rottamato mettendo il cappello sulla candidatura più innovativa del momento.

Poi c’è Nicola Zingaretti con tutta la sua truppa a Roma e nel Lazio, l’attuale vicesegretario di Letta Giuseppe Provenzano, e i commentatori sono certi che alla fine si aggiungerà anche Andrea Orlando. Al momento non si è ancora ufficialmente schierato, ma dalle sue prime dichiarazioni ha fatto chiaramente intendere di non apprezzare il governatore dell’Emilia Romagna e di preferire colei che è stata fino a poche settimane fa la sua vice. “Mi confronterò con lei senza pregiudizi” ha detto, chiudendo invece le porte all’avversario accusato di voler “difendere l’esistente”.

Orlando però teme una deriva troppo radicale che possa spaventare l’elettorato moderato e cattolico, posizione condivisa con Gianni Cuperlo. In quest’ottica va sicuramente letto l’avvicinamento degli ultimi giorni fra Orlando e il sindaco di Pesaro Matteo Ricci che ha fatto storcere la bocca a molti esponenti della sua corrente decisi invece a sostenere Schlein senza se e senza ma. Ma per Orlando la candidatura di Ricci sarebbe molto più equilibrata e non costringerebbe i moderati a schierarsi con il governatore dell’Emilia. Solo che il rischio è di spaccare il suo gruppo, con Provenzano che ha già rotto gli indugi verso Schlein e altri che stanno criticando l’indecisionismo del leader.

Sta alla finestra anche il plenipotenziario nel Lazio Goffredo Bettini, negli ultimi tempi molto attivo al fianco di Ricci, ma che potrebbe optare per la Schlein se arriverà anche la benedizione di Orlando. Lo stesso segretario uscente Enrico Letta sembra tifare per la neo deputata, nonostante in campo dall’inizio ci sia anche la sua fedelissima Paola De Micheli, che però non ha trovato sostegni: Letta non sembra interessato a schierarsi, preferisce mantenersi neutrale ma ha fortemente voluto Elly Schlein candidata alle ultime politiche e in più si è battuto per cambiare lo statuto; che non solo ha consentito alla Schlein di candidarsi, ma ha anche permesso la partecipazione al percorso congressuale di Articolo 1, la formazione politica di Bersani e di Speranza che certamente non sosterrà Bonaccini. In un certo senso la scalata alla segreteria della Schlein l’ha già abbondantemente sostenuta.

Gli osservatori paventano il rischio di un “doppio voto” opposto e contrario; ovvero la vittoria di Elly Schlein nel voto dei circoli riservato agli iscritti, grazie proprio all’appoggio dello zoccolo duro delle correnti, e quella di Bonaccini alle primarie dove la partecipazione è aperta e dove il governatore emiliano può contare sull’appoggio dei sindaci e degli amministratori territoriali. Infatti con lui sono schierati il primo cittadino di Firenze Nardella, quello di Bergamo Giorgio Gori e quello di Bari Antonio DeCaro. Ma il quadro non è ancora completato. Probabilmente si aggiungeranno anche i governatori della Puglia e della Campania Michele Emiliano e Vincenzo De Luca, i sindaci di Bologna e Napoli Lepore e Manfredi. E non è escluso che anche il sindaco di Pesaro Matteo Ricci, possa ritirarsi dalla corsa per sostenere Bonaccini. Che nel partito può contare sull’appoggio della corrente degli ex renziani, “Base Riformista” e quella dei “Giovani Turchi” di Matteo Orfini, ovvero le più critiche nei confronti della gestione Letta.

Elly Schlein intanto ha già lanciato la sua piattaforma programmatica chiaramente schierata a sinistra e verso un’alleanza organica con il Movimento 5Stelle. Per lanciare la sua candidatura ha scelto un locale di periferia e ha utilizzato linguaggi tipicamente “comunisti” salutando al grido di “compagni e compagne” con il pugno chiuso, e cantando l’immancabile Bella Ciao. Ha parlato di lavoro, lotta alla precarietà, diritti civili e sociali, con una strizzata d’occhio al mondo Lgbt e un altro ai disoccupati.

Il messaggio ai 5Stelle è tutto contenuto nella difesa del Reddito di Cittadinanza, sostenendo che è stato utile per combattere la povertà, e nel suo fermo No al Jobs Act, ricordando come la rottura con il Pd sia stata provocata proprio dalla sua opposizione alle riforme renziane del lavoro. Il suo perimetro delle alleanze è dunque chiaramente aperto verso Conte e company e chiuso quasi a doppia mandata tanto a Renzi che a Calenda.

Ad una forte e connotata attenzione per i diritti civili che ha contraddistinto in questi anni l’impegno politico di Elly Schlein al fianco dei movimenti arcobaleno (lei stessa del resto si è definita bisessuale sostenendo di amare una donna ma di essere stata in passato anche con uomini), ha fatto da contraltare una difesa dei diritti sociali modello lotta di classe, laddove è apparsa evidente la sua adesione all’idea della tassa patrimoniale cara da sempre alla sinistra massimalista (leggi Fratoianni, Rifondazione Comunista e simili).

Dal fronte di Bonaccini sostengono che una vittoria della Schlein spingerebbe il Pd verso una deriva di estrema sinistra, e c’è stato chi come Giorgio Gori ha già annunciato che non esiterebbe un minuto ad uscire dal partito. E c’è da stare certi che non sarebbe il solo.  Anche gli ex renziani probabilmente seguirebbero la stessa strada spostandosi in direzione del Terzo Polo.

Ovviamente adesso tutti a smentire scissioni e a giurare che sarà rispettata la volontà degli elettori. Ma le piattaforme programmatiche appaiono così diverse da rendere quasi impossibile una sintesi: riformista e liberista quella di Bonaccini, ultra massimalista quella della Schlein, con in mezzo una concezione del mercato del lavoro che sembra agli antipodi.

Paradossalmente il più convinto sostenitore della Schlein sembra essere proprio Matteo Renzi, nonostante sia stato il convitato di pietra dell’assemblea indetta dalla neo candidata che lo ha indicato come colui che ha dato inizio alla distruzione del Pd e della sinistra italiana. Perché la vittoria della deputata outsider favorirerebbe la fuga dei moderati verso la costruzione di quel partito macroniano italiano che è da sempre il sogno dell’ex sindaco di Firenze. E un Pd modello Mélenchon aprirebbe una prateria in questa direzione.

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