Emergenza giovani: quando l’immaginazione si ammala

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Negli ultimi vent’anni la capacità di attenzione dell’essere umano è drasticamente calata: alcuni studi riportano infatti che negli anni 2000 il cosiddetto attention span era di 12 secondi per arrivare oggi a poco più di 8 secondi. Praticamente, meno di quello di un pesce rosso.

Considerazione ancora più triste se applicata all’universo degli adolescenti, confusi come sono da milleuno stimoli esterni, provocati dalle distraenti e ininterrotte connessioni tecnologiche, dai bip di notifiche, dai conati impulsivi delle dita a controllare continuamente il loro universo social. Un flusso senza soluzione di continuità che alla lunga genera noia, disincanto e incapacità di stupirsi. Non dovrebbe invece essere proprio lo stupore a caratterizzare quell’età dell’oro della vita in cui si vivono e si vedono posti, situazioni, cose e persone per la prima volta?
In tanti nitidamente ricorderanno, negli anni del matto e disperatissimo studio liceale, quanto insistessero nell’instillare nelle loro menti, giovani, plasmabili e totalmente ignare di qualsiasi alternativa alla realtà reale, che il verbo vedere per i greci avesse tre radici – ora, op, id: vedere per vedere, vedere per contemplare, vedere per capire. Dunque, vedere con gli occhi del viso, sentire con gli occhi del cuore, comprendere con gli occhi della mente.
La beffa è che quelli che sono gli adolescenti di oggi, vedono con il puro senso fisico, ma non con i sensi più profondi – mente e cuore – il cui uso presuppone un impegno, un approfondimento, un coinvolgimento che non il solo guardare. Che cosa trans-porteranno dentro l’animo nel mentre, o una volta guardato qualcosa? Qualcosa che nella gran parte dei casi hanno già potuto vedere attraverso lo schermo del proprio – piccolo per dimensioni, ma immenso per potenzialità – onnipotente smartphone?
Non vi è conoscenza senza curiosità, e non vi è curiosità senza la facoltà e la volontà di stupirsi e di meravigliarsi, fino a incantarsi, di fronte alla bellezza della natura, alla vista di un monumento, alla scoperta di un qualcosa della cui esistenza prima si era ignari.
Già conoscono la meta prima di iniziare il viaggio, e già vivono l’arrivo prima di mettersi in cammino, quando invece dovrebbero essere essi stessi “il deserto, il viaggiatore, il cammello”.

L’immaginazione mai dovrebbe ammalarsi, in nessuna stagione della vita, giacché se ciò avviene genera mostri, tanto più dentro gli occhi, il cuore e la mente della giovinezza piena, intatta, superba, la giovinezza che possiede l’incanto del futuro nei suoi stessi attori, che la fredda tecnologia sta rendendo disincantati.

di Loredana Capobianco

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