Sono totalmente d’accordo col ministro della Pubblica Istruzione Valditara. I telefonini in classe non si devono usare. Punto e basta. E lo dico a chiare lettere, non solo perché sono un docente.
C’è luogo e luogo, e questo attiene anche a come ci si veste e non solo. La decisione quotidiana che implica una precisa postura culturale e psicologica, è infatti, se assecondare, da parte dei giovani, la propria pulsione a scegliere un indumento secondo come ci si alza al mattino o per fare colpo su compagni e compagne; oppure se rispettare e dare un senso oggettivo al luogo che si frequenta (aula scolastica, edificio e funzione religiosa, istituzioni etc), dando importanza al momento storico che si vive individualmente e collettivamente: percorso liceale, universitario, intellettuale, professionale.
I cellulari in aula disturbano il docente, marginalizzano, relativizzano la lezione, mettono al primo posto la dimensione egotica dello studente su quella relazionale e distraggono lo studente.
Bisogna ridimensionare questa cultura ludica, superficiale, addirittura ostile verso ogni forma di autorità, di gerarchia, che equipara di fatto il discente all’insegnante. Il rapporto così si ribalta: scelgono loro cosa fare e come vivere la lezione.
A scuola si viene per imparare non per giocare o per essere protagonisti. Il protagonismo è lo studio.
E fa pena ascoltare i guru e fan del pensiero unico progressista, pensiero unico mediatico, cultuale e politico, che pur di contrastare il governo di centro-destra, sono capaci di contestare il ministro Valditara, pure su questa scelta.
E poi, la sinistra si lamenta della regressione culturale della nostra istruzione pubblica e privata. Oltre al fatto che a gestire la cultura e l’istruzione è stata proprio lei da decenni.
Qualcuno tra i più illuminati oppositori alle sanzioni anti-cellulari in classe, ha provato a ipotizzare future e moderne lezioni informatiche, dove insieme al professore ci si può avvalere dello smartphone per corroborare e arricchire le materie di nozioni utili ricavate in diretta dalla rete. Dando per scontato che i professori non siano più capaci di fare il loro mestiere.
Ipotesi fantasiosa e ideologica che non tiene conto che il più delle volte il cellulare lo vogliono proprio i genitori. Con tale pretesa, si privilegia il mondo domestico e privato rispetto a quello pubblico; le dinamiche famigliari rispetto all’educazione e alla formazione.
La famiglia che per mere esigenze di controllo dei figli o di rivendicazione territoriale, vuole il contatto diretto del clan anche in classe, è una famiglia che va educata per prima. Padri e madri devono tornare a scuola. Ovviamente con professori all’altezza.



