Pelè è morto, addio a O Rey: la leggenda del calcio aveva 82 anni

giovedì, 29 Dicembre 2022
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Pelè è morto. Il re. O rey. È così che è stato conosciuto Pelè, la leggenda del calcio brasiliano. Attaccante, ha iniziato a giocare per il Santos all’età di 15 anni e per la nazionale brasiliana a 16. Durante la sua carriera internazionale, ha vinto tre Mondiali FIFA: 1958 , 1962 e 1970, unico giocatore a riuscirci. È stato soprannominato O Rei (The King) dopo il torneo del 1958. Pelé è il capocannoniere del Brasile con 77 gol in 92 partite. A livello di club è il capocannoniere di tutti i tempi del Santos con 643 gol in 659 partite. In un’epoca d’oro per il Santos, guidò il club alla Copa Libertadores del 1962 e 1963 e alla Coppa Intercontinentale 1962 e 1963. Quando era calciatore, Pelé è stato per un periodo l’atleta più pagato al mondo.

Pelé, dallo scorso 29 novembre, viveva nell’ospedale Einstein di San Paolo dove le cure chemioterapiche (in seguito al tumore operato un anno fa) erano state sostituite da un percorso palliativo. Le voci di un aggravamento sono state dribblate dalla famiglia e poi dal bollettino dell’ospedale ma l’idea di essere di fronte all’ineluttabile, giorno dopo giorno, era ormai chiara a tutti. Pelè è stato inserito dal Time tra le 100 figure più influenti del XX Secolo. In Brasile è stato dichiarato “Tesoro nazionale” dal presidente Janio Quadros e, nel 2011, patrimonio storico-sportivo dell’umanità. In lui non c’era solo la spettacolarità ed estemporaneità della tecnica ginga insegnata dal padre Dondinho palleggiando con dei frutti. Andate su youtube e cercate qualche sua partita, una giocata, un’azione. Guardandolo – come scriveva Brera – si capisce perché i brasiliani gli abbiano stampato l’orma del piede sulla copertina del libro Eu sou Pelé, perché per lui abbiano chiesto sogghignando un miliardo. “Sono onesti. Per Pelé ci vuole un trilione, cioè mille miliardi. Eppure era traccagnotto e potente, ma nello stesso tempo agile e sciolto, come i grandi atleti olimpici che corrono soltanto. Batteva di sinistro e destro, sempre mirando. Dribblava con movenze armoniose, sornione, plastiche, senza sculettare o danzare come tanti. Rifiutava il numero di dribbling (el pase) come una manifestazione deteriore e inutile. Mettete tutti gli assi che volete in negativo – scriveva ancora Brera – poneteli uno sull’altro: esce una faccia nera, un par di cosce ipertrofiche e un tronco nel quale stanno due polmoni e un cuore perfetti”.

 

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