Il lavoro c’è, gli stipendi decenti no, le specializzazioni nemmeno

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Infortuni

Oltre mezzo milione di nuovi assunti solo a gennaio, 1,3 milioni nel primo trimestre, un bel +10% rispetto al 2022: mica male le proiezioni  sul lavoro di Unioncamere e Anpal per il nuovo anno. Peccato solo che dietro i numeri da titolo in prima pagina si nasconda un problemuccio che rischia di ridurre di molto quel 500mila, forse anche della metà: rischiano di essere molto minori, forse addirittura la metà, perché le aziende non riescono a trovare un lavoratore su due.

Il problema non sta certo nella scarsità dei cittadini in età da lavoro: secondo gli ultimi dati Istat in Italia il tasso di disoccupazione è al 7,8% e quello di inattività (che somma anche chi un lavoro, pur non avendolo, non lo cerca) al 34,3%. E nonostante l’economia nel 2022 si sia ripresa il tasso di difficoltà di reperimento non fa che aumentare: se prima della pandemia era al 30% oggi siamo arrivati al 45%. A mancare sono soprattutto operai specializzati (tasso di difficoltà di reperimento del 61,9%), tecnici (51,6%), conduttori di impianti (49,0%), professioni qualificate nel commercio e nei servizi (41,0%). Per trovare queste figure le aziende impiegano in media 4 mesi.

La prima tentazione sarebbe prendersela con le aziende stesse, che magari hanno standard troppo alti e non vogliono perdere tempo a formare dipendenti senza esperienza, ma secondo i dati di Unioncamere il vero problema è proprio la mancanza di candidati. Vogliamo allora dire che è colpa degli italiani che non vogliono lavorare? Beh, in quel caso dovremmo prendercela persino con i lavoratori stranieri, perché le imprese sarebbero disposte ad assumerne molti di più di quelli effettivamente disponibili (eppure i disoccupati tra i lavoratori immigrati ci sono eccome).

È difficile trovare una spiegazione a un fenomeno tanto complesso, ma vedendo che di questi 500mila posti di lavoro appena 100mila sono al Sud, è probabile che il problema sia sempre lo stesso; gli imprenditori offrono stipendi che al Nord sono troppo bassi per le aspettative della popolazione locale, ma insufficienti pure per chi vuole trasferirsi dal Meridione e deve mettere in conto, tra le spese, un affitto e qualche centinaia d’euro per tornare ogni tanto a far visita a parenti e amici.

Non parliamo poi del fatto che appena un quarto dei posti di lavoro offerti sia a tempo indeterminato; il restante è a termine, spesso tramite i temibili contratti di somministrazione o le collaborazioni continuative. Insomma, con il rischio di trovarsi di nuovo a spasso entro un anno o meno è difficile pretendere che un calabrese si trasferisca a Sondrio o Treviso.

A completare il quadro ci pensa poi l’analisi delle offerte in base al titolo di studio richiesto: appena il 20% sono rivolte ai laureati e un altro 30% ai diplomati. Significa che per la metà dei posti di lavoro basta la terza media; è evidente che gli stipendi offerti non possono che essere scarsi. Viene allora da domandarsi perché sui giornali compaiano così tanti appelli ai giovani affinché completino il loro corso di studi: è evidente che l’Italia non è, oltre che un paese per giovani, un paese per laureati.

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