Federalismo o presidenzialismo? Separati o insieme? Viene prima il presidenzialismo o il federalismo? Il diavolo o l’acqua santa?
La questione è nuova e antica. Un autentico classico, un po’ come l’eterno balletto del sistema elettorale: quando una classe politica vuole alzare il tiro e depistare l’opinione pubblica da emergenze immediate, reali, vere, lancia ipotesi astratte, complicate, che se guardiamo alla storia repubblicana, hanno prodotto solo flop.
Tante sono state le bicamerali, tante le scritture private e pubbliche tra leader; addirittura già col “patto della crostata”, Berlusconi e D’Alema raggiunsero l’accordo sulle riforme dello Stato, arrivando a una mediazione allora rivoluzionaria: semi-presidenzialismo alla francese, autonomismo etc. Poi, come noto, il tavolo saltò per colpa, si dice, di Silvio. Vinsero la conservazione del potere e la tutela degli equilibri interni alle coalizioni e tra coalizioni: la casta si difende sempre egregiamente e in modo scientifico.
In seguito tentò la spallata Renzi, ma il suo referendum andò come sappiamo. Medesima vittoria del Palazzo che vuole che tutto cambi perché nulla cambi. Per non parlare dei sistemi elettorali: tutti diversi e contrastanti.
L’unica riforma andata in porto è stata quella relativa al Titolo V della Costituzione, che ha creato e sta creando numerosissimi problemi sulle materie di competenza esclusiva e concorrente tra Stato e Regioni.
E ora ci risiamo: i Fdi vogliono il presidenzialismo per puntellare, stabilizzare il quadro politico, ingessando il voto e pure gli alleati da possibili tentazioni inciuciste; e la Lega, pretende l’autonomia differenziata, come da programma elettorale, per risalire la china.
La questione non è affatto culturale, dottrinaria, ma squisitamente politica.
La Meloni teme ricatti interni, vincolando leghisti e forzisti al patto di legislatura. Troppo fresche e scottanti le delusioni che ha vissuto il centro-destra, dal 1994 in poi.
Salvini, come detto, deve recuperare il Nord, dopo i continui fiaschi alle urne.
La sinistra, dal canto suo, contrasta il perimetro del governo per ragioni unicamente ideologiche. Quando si è trattato di forzare la mano nel 2001, non ci ha pensato due volte a cambiare la Costituzione senza maggioranza, tanto che ha dovuto attendere il referendum confermativo.
Il Terzo Polo, invece, in coerenza con la sua strategia di smottamento dei poli, ha allungato la mano, nel nome e nel segno del sindaco d’Italia (pallino di Renzi).
Il ministro Calderoli, ad appena un mese dall’insediamento del governo, è partito a razzo con l’autonomia, e la premier è corsa ai ripari col presidenzialismo. Il federalismo per lei e il suo elettorato, rischia di spezzare l’unità nazionale, il centralismo che la destra ha sempre difeso. Non a caso per bocca dei suoi fedelissimi, ha prima separato le due riforme, poi ha legato l’autonomia al presidenzialismo.
Non c’è la prima senza la seconda. Una sintesi già fonte letteraria del passato, con l’aggiunta di maggiori poteri per Roma-capitale. Un colpo al cerchio nazionalista e uno alla botte federalista.
E colpo da maestra, la premier ha fatto sapere che vorrà ascoltare il parere delle opposizioni, sapendo benissimo che sorprese a parte, ci sarà un muro. E’ ovvio che lei pensa al duo Calenda-Renzi. Ma l’incontro, se avrà qualche chance, si svilupperà su un compromesso: vuoi vedere che si giungerà al premierato? Come nelle migliori contrattazioni, chiedo 100 per avere 50.
La verità è che bisognerebbe sottrarre le riforme dai desiderata dei partiti, per elevarle a rango di sensibilità e coscienza nazionale. Come fecero i legislatori costituenti del 1946-48. Il federalismo non è un’idea soltanto leghista (distinguendo tra regionalismo, autonomismo e decentramento, c’è il federalismo socialista, liberale, cristiano etc.); come il presidenzialismo non è un’idea soltanto di destra. Appartiene alla nostra identità costituzionale plurale: lo proposero l’azionista Calamandrei, il repubblicano Pacciardi, il democristiano Segni (Europa 70), Almirante e Craxi.
Domanda: siamo sicuri che con i social, l’attuale spettacolarizzazione della politica, la pancia-sovrana che condiziona il voto, l’influenza dei poteri forti e del mainstream, il presidenzialismo premi Cristo e non i Barabba di turno?
Qualche mese fa la maggioranza avrebbe votato Draghi, prima Salvini, prima ancora Renzi, e prima ancora Monti. Non è più auspicabile una funzionante repubblica parlamentare, garanzia di equilibrio dei poteri, capace di conciliare governabilità e democrazia?



