Province, dall’abolizione al rientro in grande stile: costi e risparmi mancati

5 minuti di lettura

Uscite dalla porta, stanno per rientrare dalla finestra. In verità non sono mai uscite del tutte restando con un piede dentro e l’altro fuori.

Stiamo parlando delle province, istituzioni previste dalla Costituzione che negli ultimi anni si è tentato molto maldestramente di abolire e che oggi si sta invece tentando di resuscitare. Proprio perché previste dalla Costituzione il tentativo di abolirle si è rivelato più arduo del previsto, e il risultato è stata una riforma molto confusa e pasticciata.

C’è stato un momento in cui le province, agli occhi dell’antipolitica e nel massimo fulgore della lotta anti-casta, sembravano essere diventate la causa principale dei costi elevati della pubblica amministrazione: identificate come enti inutili con tanto di campagne di stampa mirate, si iniziò a parlare della loro soppressione spartendo le spoglie fra comuni e regioni. Ma la politica si sa, vive anche e soprattutto di poltrone e quindi, al di là di generiche promesse, nessuno da destra, sinistra e centro ha mai preso la cosa seriamente in considerazione.

La svolta è arrivata nel 2011 con l’avvento del governo Monti, il governo dei tagli, della spending review, delle lacrime e sangue per rimettere a posto i conti pubblici fuori controllo e ricondurre la spesa pubblica sui binari della sostenibilità E così i tecnici chiamati a salvare l’Italia decisero di mettere mano alla questione. Per abolire le province sarebbe servita una riforma costituzionale e i tempi per metterci mano non c’erano. Si decise allora di ridurle di numero attraverso un accorpamento regione per regione per avere meno presidenti, meno giunte e meno consigli provinciali; operazione che però si rivelò decisamente complicata, non tanto tecnicamente, quanto dal punto di vista politico, storico e soprattutto territoriale. Perché alcune province, pur facendo parte della stessa regione, presentavano caratteristiche, tradizioni, affinità che non coincidevano minimamente. E si scoprì per esempio che alcune province erano molto più legate alla regione confinante che non a quella di appartenenza. La proposta quindi si rivelò complessa e fu accantonata.

Poi è arrivato il governo Renzi e la riforma del ministro Graziano Delrio che, preso definitivamente atto del fatto che la riduzione fosse oggettivamente impossibile, decise di cambiare strategia. Ed ecco così che fu deciso di lasciare in vita tutte le province ma trasformandole in enti di secondo livello, senza più cariche elettive. La riforma stabilì in pratica che era compito dei consigli comunali eleggere il consiglio provinciale composto unicamente da sindaci e consiglieri comunali, che poi avrebbero eletto il presidente fra gli stessi sindaci senza costi aggiuntivi a carico della collettività. Al presidente sarebbe andato al massimo un rimborso spese per le proprie attività istituzionali. Una riforma che in realtà avrebbe dovuto fare da ponte in attesa dell’abolizione definitiva delle province tramite revisione costituzionale. Ma Renzi perse il referendum e la riforma costituzionale contenente la cancellazione delle province finì nel cestino. Così le province sono rimaste in piedi ma dimezzate.

Ma quanto ha comportato davvero in termini di risparmio la riforma Delrio? Già nel 2011 la CGIA di Mestre, analizzando le spese delle amministrazioni provinciali per ogni regione e misurando l’incidenza del risparmio che si sarebbe avuto dalla soppressione parlò di arma a doppio taglio evidenziando come l’eventuale chiusura di tutte le realtà provinciali avrebbe assicurato un risparmio annuo del 3,9% del totale della spesa, pari, in termini assoluti, a poco meno di 510 milioni di euro. Una goccia nell’oceano insomma. Questo perché, secondo l’analisi della CGIA “l’abolizione delle Province farebbe risparmiare, nel breve periodo, solo le voci di spesa riguardanti i costi della politica e quelle legate al funzionamento della macchina amministrativa. Per contro, le competenze oggi in capo alle Province e, soprattutto, i relativi costi di gestione e del personale, andrebbero, probabilmente, spalmate sulle Regioni ed i Comuni che si accollerebbero le funzioni delle Amministrazioni provinciali cancellate”.

Come detto la riforma Delrio non ha cancellato le province ma ha soltanto tagliato gli organi elettivi e questo ha fatto sì che il risparmio sia stato alla fine di gran lunga inferiore. Secondo uno studio dell’Upi (Unioni delle Province d’Italia) fatto poco dopo l’entrata in vigore della riforma, il risparmio effettivo sarebbe soltanto quello relativo ai minori costi per gli stipendi e le indennità degli amministratori, per un totale di soli 32 milioni l’anno. L’obiettivo della riforma era di risparmiare almeno un miliardo l’anno ma ciò è stato impossibile; soprattutto perché le province hanno continuato a mantenere competenze importanti come la manutenzione della rete viaria e l’edilizia scolastica e ciò ha comportato la necessità di ricevere fondi per rispondere adeguatamente alle esigenze del territorio. In pratica si è risparmiato da una parte per spendere di più dall’altra.

Ora la logica vorrebbe che, preso atto di come la riforma Delrio non abbia prodotto gli effetti sperati, si passi una volta per tutte ad abolire le province attraverso una riforma costituzionale, in maniera tale da non dover più in alcun modo destinare risorse a questi enti e trasferire definitivamente le competenze residue in capo ai comuni e alle regioni. Invece no, preso atto che aver ridotto le funzioni delle province ha comportato disagi (il che è confermato soprattutto sul piano delle politiche del lavoro, della formazione, dei trasporti, della tutela del territorio) si sta pensando di ripristinarle del tutto, attraverso proposte di legge che sembrano alla fine trovare tutti d’accordo. Infatti tutte le forze politiche sembrano ormai decise a tornare al passato e a restituire agli elettori il diritto di eleggere i presidenti e i consigli provinciali, riportando in vita anche le giunte di un tempo.

Al Senato ci sono già depositate proposte di legge del centrodestra e del Partito Democratico e sembra che altre si andranno ad aggiungere da parte del Terzo polo e persino del Movimento 5Stelle.

E quanto costerebbe oggi un riordino? Il ministero dell’Interno per bocca del sottosegretario Wanda Ferro ha risposto che “il Ministero dell’Interno ha già predisposto una nota, che sarà resa disponibile non appena saranno concluse alcune verifiche, secondo la quale risulterebbe un onere complessivo di circa 223 milioni”. Ne vale la pena?

Michele De Pascale, sindaco dem di Ravenna e presidente dell’Unione delle Province non ha dubbi e a Repubblica dice: “Abolirle è un errore, così gli enti locali sono nel limbo. Servono nuove funzioni”. Ancora più convinta il capogruppo degli azzurri al Senato Licia Ronzulli intervistata dal Giornale. “«In questi anni, l’Ente provincia è stato mortificato e sono mancate le interlocuzioni sul territorio, tanto più importanti quando parliamo di Province che registrano oltre un milione di abitanti». E sul rischio di appesantire di nuovo la cosa pubblica risponde: «Al contrario, io penso che ci sarà una semplificazione, perché prevediamo anche una razionalizzazione del sistema delle province, per limitare grosse sperequazioni fra Enti che hanno poco più di 140 mila abitanti e altri che ne hanno oltre un milione e 200mila». E le voci contrarie? Difficile trovarle.

A questo punto però sorgono spontanee delle domande?

Che senso ha restituire agli elettori il diritto di eleggere i presidenti delle province e i consiglieri provinciali per un ente che di fatto ha funzioni limitate? Se si riportano le province allo status antecedente alla riforma Delrio bisogna restituirgli anche le competenze perdute? Peccato però che nel frattempo i dipendenti adibiti alle funzioni non più di competenza provinciale siano stati trasferiti nei comuni e nelle regioni. Che si fa, li si riporta dove stavano prima? Il caos regna sovrano.

Il bello è che oggi si leggono commenti, non soltanto di politici ma anche di economisti e costituzionalisti, che ci spiegano quanto sia utile ripristinare le province per garantire una maggiore tutela del territorio e servizi essenziali come la gestione del ciclo dei rifiuti, la tutela dell’ambiente, i trasporti pubblici locali, la digitalizzazione. Una campagna stampa uguale e contraria a quella condotta in passato per dimostrare invece quanto le province fossero enti inutili da tagliare.

A pensar male si fa peccato, ma non sarà che con la riduzione del numero dei parlamentari si vogliono riportare in vita le province soltanto allo scopo di aumentare le poltrone per i sindaci in cerca dello scatto visto che nelle Regioni non c’è posto per tutti?

 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

L’ultima notte di Amore, il trailer

Articolo successivo

Spaccio di droga in due circoli ricreativi nel Foggiano, 5 arresti

0  0,00