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Province, parla De Pascale (Upi): «Sono necessarie»

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Ben quattro disegni di legge sono arrivati in Senato a firma di Forza Italia, Fratelli d’Italia, Pd e Lega: tutti insieme appassionatamente per reintrodurre nelle Province e nelle Città metropolitane (più sei liberi consorzi siciliani) l’elezione diretta del presidente e dei consiglieri. Lospecialegiornale.it ha chiesto a Michele De Pascale, sindaco di Ravenna, presidente della Provincia omonima e presidente nazionale dell’Unione Province d’Italia, le ragioni di questo improvviso interesse di quasi tutte le forze politiche, compreso il Movimento 5S, per un ente che sembrava destinato alla soppressione.

Presidente, da quando sono state depotenziale dalla Legge Delrio, Province e Città metropolitane vivono in un limbo amministrativo: le prime schiacciate dal ruolo delle Regioni mentre le seconde si sono rivelate, nei fatti, un progetto abortito. Ora, al vaglio della Commissione Affari costituzionali del Senato giacciono quattro disegni di legge per il ripristino del suffragio universale e diretto delle Province. Davvero crede che questi enti possano svolgere un ruolo utile nella più ampia architettura costituzionale del Paese?

«Se ne fossi convinto solo io, la risposta alla sua domanda non avrebbe alcun valore: il fatto che le Province siano utili, anzi necessarie, lo dimostrano invece gli effetti della Legge 56/14 sui territori. Effetti che nel 2014 non erano stati considerati a sufficienza, perché è indubbio che il modo in cui un Paese disegna il sistema istituzionale e l’organizzazione amministrativa ha un impatto diretto sui diritti fondamentali delle persone. Se ad una istituzione viene impedito di potere dispiegare a pieno il proprio compito, si compromette lo stesso tessuto economico sociale locale. Questo è ciò che è accaduto a causa del forte stato di criticità in cui sono state lasciate le Province dalla riforma della Legge 56/14 e dalle norme finanziarie ad essa collegate. L’impatto è stato particolarmente dirompente nelle aree interne, nei territori montani, nelle zone più distanti dai servizi essenziali. Su queste aree l’instabilità finanziaria e istituzionale delle Province ha avuto un peso ancora più evidente, perché una Provincia senza mezzi lascia senza garanzie comunità che non sono raggiunte da fondi e opportunità riservati alle grandi città. Non facendo così che accentuare differenze ingiustificabili nella fruizione dei servizi essenziali, tra cittadini di serie A e cittadini di serie B: il 70% dei cittadini che non vive nelle aree metropolitane. Se c’è una cosa che la crisi sanitaria ci ha insegnato è che il territorio deve essere presidiato e che la dimensione territoriale provinciale resta la più idonea a gestire servizi di rete e a coordinare in maniera unitaria gli enti locali, per dispiegare azioni coerenti e non parcellizzate.  Non è un caso se nella gestione della pandemia non solo il Governo, ma le forze economiche e sociali, hanno chiesto alle Province di essere riferimento degli interventi sul territorio. E non è un caso se all’inizio del 2020 oltre 4000 Sindaci hanno sottoscritto un ordine del giorno, consegnato al Presidente della Repubblica, in cui hanno evidenziato l’urgenza di procedere al rafforzamento e alla valorizzazione delle Province per tutelare gli interessi dei Comuni».

Qualcuno ha parlato di nuovo poltronificio adombrando il sospetto che possa trattarsi di una sorta di camera di compensazione, in chiave partitica, dei posti tagliati in Parlamento.

«Deve essere chiaro che da parte nostra c’è la spinta forte a disegnare una nuova Provincia, perché il ritorno al passato non può e non deve essere una opzione percorribile. Noi proponiamo di valorizzare a pieno le potenzialità delle Province, che proprio per la loro dimensione e per la collocazione sono naturalmente le istituzioni in cui concentrare la promozione degli investimenti territoriali attraverso uffici di progettazione e stazione uniche appaltanti; i servizi di assistenza ai comuni; la semplificazione nell’organizzazione dei servizi di rilevanza economica locale. Non capisco perché l’esercizio della democrazia debba essere considerata una cosa di cui aver paura e una deviazione che trasforma gli amministratori in poltrone. Ad oggi nelle 76 Regioni a Statuto ordinario le Province sono amministrate da circa 1000 politici non eletti dai cittadini: quasi 900 consiglieri provinciali e 76 sindaci. Non è prevista una giunta, il che vuol dire che il Presidente decide tutto da solo. La nostra proposta è di prevedere una giunta, molto snella, e di avere un consiglio provinciale con numeri tali da poter permettere la piena rappresentanza politica, territoriale e di genere».

In questi anni pezzi consistenti della pianta organica di Province e Città metropolitane sono passati forzatamente alle Regioni, mentre gli enti hanno continuato a lavorare in un quadro finanziario-amministrativo di forte incertezza. Davvero la risoluzione dei problemi sarebbe il semplice ritorno al suffragio universale?

«Assolutamente no, e infatti noi non abbiamo mai posto il sistema elettorale come la priorità, anzi. In questi anni, sin dal 2014, abbiamo denunciato che il taglio inopportuno delle risorse, che – ricordo – la Corte dei Conti definì “manifestamente irragionevole” e il depauperamento degli uffici, con l’esodo obbligatorio di oltre 16.000 dipendenti, è l’emergenza da risolvere. Alle Province sono state sottratte risorse e personale, ma sono rimaste competenze essenziali come la gestione delle oltre 5,200 scuole secondarie superiori e di 120 mila chilometri di strade su cui insistono più di 30 mila ponti e viadotti. Mentre sul fronte delle risorse per gli investimenti dal 2017 in poi i Governi che si sono susseguiti, sia quelli di centrosinistra che di centrodestra che i tecnici, hanno operato un profondo cambio di indirizzo e hanno restituito alle Province le risorse necessarie per riprendere ad intervenire per mettere in sicurezza le opere pubbliche e renderle efficienti e moderne, non abbiamo ancora risolto le pesanti criticità causate dai tagli insostenibili imposti dalla Legge di Bilancio del 2016. Come abbiamo un bisogno urgente di ricostruire le nostre strutture con personale tecnico e altamente specializzato. Questa era e resta la nostra priorità e per noi la riforma deve essere complessiva in modo da assicurare alle province stabilità politica, finanziaria e organizzativa».

Le Regioni, un tempo tenute a devolvere le funzioni più importanti alle Province, oggi sono Parlamenti regionali, governano e legiferano su materie fondamentali per i cittadini. A questo punto non sarebbe logico lavorare per abolire le Province?

«Lei sta sottolineando un’altra criticità che deve essere risolta: l’accentramento di funzioni amministrative in capo alle Regioni, che tra l’altro, non avendo la potestà per esercitarle, lo fanno attraverso strutture esterne come agenzie o consorzi, il più delle volte su un territorio di natura provinciale. Non ha senso continuare a parlare di abolizione, quando la vera urgenza è attuare la Costituzione per quello che è il quadro istituzionale che disegna, rispettando i principi di sussidiarietà, adeguatezza e differenziazione che non sono parole vuote da pronunciare nei discorsi ufficiali. Sono le regole su cui costruire un Paese efficiente, in cui la burocrazia non si sovrappone in strati confliggenti e in cui il ruolo delle istituzioni è chiaro e definito e ognuno lo esercita al meglio. E’ così che si evitano gli sprechi e si semplifica l’amministrazione a vantaggio di cittadini e imprese».

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