E’ corsa all’eredità di Craxi: chi sono i “craxiani” oggi e perché

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Trent’anni fa, esattamente nel 1993 in piena epopea di Mani Pulite, il leader socialista Bettino Craxi veniva colpito all’uscita dell’Hotel Raphael dalle monetine lanciate da una folla inferocita che gridava al suo indirizzo “ladro, ladro”, e cantava: “Bettino, Bettino, voi pure queste…..”.

Era oggettivamente difficile trovare in circolazione persone pronte ad esporsi per difendere Craxi (in televisione avevano il coraggio di farlo soltanto Giuliano Ferrara e Vittorio Sgarbi), tanti fedelissimi lo avevano repentinamente rinnegato, o nel migliore delle ipotesi abbandonato per paura di essere accomunati a lui. Anche i compagni socialisti non ci misero molto a rinnegare quel leader che li aveva portati alla guida del governo del Paese, e che nel bene e nel male aveva dato una nuova identità riformista al socialismo italiano. In una delle ultime riunioni del Psi in cui partecipò fu accolto dai fischi, e un compiaciuto Ottaviano Del Turco ebbe l’ardire di dichiarare che l’era Craxi era “finalmente” finita.

Oggi a ventitre anni dalla morte del leader socialista avvenuta nel gennaio del 2000, c’è praticamente la fila per rendergli omaggio ad Hammamet dove è vissuto gli ultimi anni e dove è sepolto. E’ morto da latitante secondo i suoi detrattori, che avrebbero voluto vederlo volentieri alla sbarra e in galera ad espiare le colpe dell’intero sistema politico, da esiliato secondo familiari e amici che accusano la magistratura italiana e il governo dell’epoca presieduto da Massimo d’Alema di non aver consentito il ritorno di Craxi in Italia per potersi curare adeguatamente.

C’erano tutti ad Hammamet nell’anniversario della scomparsa, rispondendo alla chiamata della Fondazione Craxi istituita dalla figlia Stefania, senatrice di Forza Italia. In prima fila naturalmente gli esponenti del partito berlusconiano, i capigruppo al Senato e alla Camera Licia Ronzulli e Alessandro Cattaneo, i parlamentari Alessandro Battilocchio e Maria Tripodi e non è mancato il messaggio personale di Silvio Berlusconi letto dalla Ronzulli, che ha ricordato l’amico e lo statista vittima di accanimento giudiziario ed odio politico.

Se la presenza degli azzurri era scontata (il ministro degli Esteri Tajani aveva già reso omaggio a Craxi nei giorni precedenti recandosi in Tunisia per incontrare il presidente Saied), un pò meno scontata è stata la presenza di una delegazione della Lega, lo stesso partito che ai tempi di Mani Pulite, Craxi lo avrebbe volentieri “impiccato” (con tanto di cappio sventolato in Parlamento). Ma tanta acqua è passata sotto i ponti, e anche il Carroccio ha dovuto fare i conti negli ultimi trent’anni con diverse inchieste giudiziarie che hanno decapitarto i suoi storici vertici. E allora ecco spuntare il vicecapogruppo al Senato Nino Germanà e il deputato Anastasio Carrà, con il primo che ha tracciato un vero e proprio elogio del leader socialista, fino ad affermare che “è stato ingiustamente criticato e condannato”. Ma non è tutto, perché anche Matteo Salvini, seppur non presente alla cerimonia, ha comunque voluto unire la sua voce al coro riabilitativo, affermando che Craxi “difese grandezza e sovranità dell’Italia”.

Se Stefania Craxi non ha mai avuto dubbi da che parte stare, ed è sempre stata con il centrodestra contro quelli che a suo giudizio sono stati i registi della persecuzione giudiziaria contro il padre (gli ex comunisti), il fratello Bobo non è stato dello stesso avviso, e dopo aver anche lui inizialmente simpatizzato per Forza Italia si è spostato poi nel centrosinistra inseguendo il progetto di ricostituzione di un Partito Socialista Italiano finito a fare da satellite al Pd.

Nel centrosinistra spicca la presenza di Ettore Rosato, ex Pd oggi dirigente di Italia Viva e fedelissimo di Matteo Renzi, il quale ha poi pubblicato sui social una foto mentre rende omaggio alla tomba di Craxi corredata dalla scritta: “Hammamet, dove riposa Bettino Craxi. Un omaggio ad un grande riformista”.

Quindi Craxi è vivo e lotta intorno a noi è proprio il caso di dire, visto che in quasi tutti i partiti, con la sola eccezione del Movimento 5Stelle e di Fratelli d’Italia, tutti si sentono titolati a rivendicare l’eredità craxiana. Forza Italia ha sempre fatto proprio  il socialismo liberale e riformista del Craxi di governo, l’uomo delle riforme al mercato del lavoro e che puntò a modernizzare l’Italia sfidando il massimalismo comunista e sindacale.

La Lega preferisce invece impadronirsi del Craxi “sovranista” quello che seppe tenere testa agli americani durante la Crisi di Sigonella e che rivendicò la sovranità nazionale nei confronti della Nato e dell’Europa.

Il Terzo Polo invece sembra voler raccogliere dell’eredità craxiana soprattutto l’identità socialdemocratica che portò il leader socialista a costruire una sinistra moderna alternativa al Partito Comunista, al passo con le sinistre riformiste europee. Una sfida al Pd che negli ultimi anni è sembrato allontanarsi dal recinto riformista con l’obiettivo di rafforzare l’asse con i 5Stelle in vista della costruzione di un campo largo, poi ridotto a Bonelli e Fratoianni.

Ma anche nel Pd c’è chi deve fare i conti con l’eredità di Craxi. Se infatti nessun esponente dem si è fatto vedere ad Hammamet, sono sempre di più gli osservatori che nell’ambito della lotta per la segreteria, vedono nella figura di Stefano Bonaccini molte analogie propro con Craxi. Infatti, così come il leader socialista si trovò a prendere in mano un Psi che nelle elezioni del 1976 aveva toccato il minimo storico, anche Bonaccini sta tentando di conquistare la leadership di un Pd ridotto ai minimi termini: e come ha ben evidenziato un articolo de Il Riformista, è l’unico fra i candidati in corsa che come Craxi può risollevare le sorti del partito garantendogli una forte autonomia e un’impronta progressita e riformista.

Un Craxi dunque che ognuno sente proprio, e la cui eredità politica sembra fare gola anche a chi, come appunto gli ex comunisti, hanno cercato negli ultimi vent’anni di essere “craxiani senza Craxi”, facendo a gara fra Veltroni e D’Alema a chi fosse più laburista dell’altro, e finendo poi con il rendersi conto di non essere stati all’altezza del maestro.

E anche la destra a pensarci bene un pezzo di eredità craxiana la porta addosso, se si pensa che in tempi non sospetti proprio Bettino ebbe il coraggio di parlare di riforme costituzionali, rompendo insieme all’ex presidente Cossiga il tabù che impediva di discutere di elezione diretta del Presidente della Repubblica e in qualche modo riconoscendo legittimità costituzionale alla destra post-fascista. E il presidenzialismo è tuttora il sogno proibito di Giorgia Meloni che vorrebbe passare alla storia come il capo di governo che è riuscito ad introdurre il sistema presidenziale in Italia. Chissà, forse se non fosse sopraggiunta la bufera giudiziaria di Mani Pulite e la parabola di Craxi non fosse tramontata in maniera inesorabile, l’Italia le riforme costituzionali le avrebbe viste davvero.

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