Il Pd cambia nome? Occhio al nomignolo…

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Non è una questione da ridere la scelta di un nuovo nome per il Pd. Ma potrebbe essere una questione da piangere: c’è il rischio che il nome scelto si riveli alla fine un nomignolo, cioè una denominazione improbabile, un nome pronunciato senza convinzione, quasi per scherno.

Gli aspiranti neo-battezzatori del Pd sembrano comunque disposti a correre il rischio e sostengono che Partito del Lavoro suonerebbe meglio di Partito democratico, brand, quest’ultimo,  ormai infiacchito, stinto, irrimediabilmente perdente.

Non  che abbiano tutti i torti. Con il nome di Pd, la sinistra non è riuscita a vincere neanche un’elezione politica: persino al tempo dello smacchiatore (di giaguari) Pierluigi Bersani, quando i piddini sembravano in procinto di asfaltare un malmesso centrodestra, neanche allora, quando l’Italia stava per cadere nelle loro mani, riuscirono a fare gol. E si dovettero accontentare di una “non vittoria”, con tutto quello che ne seguì in termini di governicchi precari, asfittici, impopolari, tutti tasse, chiacchiere e tecnocrazia, compreso il governo Renzi, che partì in tromba e finì trombato.

Cose che capitano. Però, diciamolo, all’inizio, nella seconda metà degli anni zero del 2000, “Partito democratico” suonava proprio bene. Era un nome che richiamava i “democrats” d’oltre Atlantico, con l’astro nascente Barack Obama che sembrava una  sorta di messia, traghettatore globale in un mondo politicamente corretto, liberal, new social, tecnologicamente avanzato, entusiasticamente capitalista, cosmopolita, arcobaleno, buonista ed ecologista. “Yes we can”, proclamavano i “democrats” americani. “Yes we can” , ripeteva Walter Veltroni prima di finire allo spiedo nelle elezioni del 2008 e poi rosolato dai capibastone del partito.

È stato tutto sommato un bel sogno, per la sinistra, illudersi di essere un po’ americana (ma devotamente europeista), aspirante modernizzatrice, moderatamente tecnocratica, tendenzialmente fluida, liquida e post-moderna.

Il sogno è svanito, si torna alla realtà. Si torna alla sinistra-sinistra, alla sinistra tendente al rosso. E non più al rosé. Almeno così spera Andrea Orlando, il più convinto assertore della svolta. E se svolta deve essere – così ragiona il capofila della sinistra piddina – che sia svolta vera e radicale, a partire dal nome.

Orlando propone, per l’appunto, Partito del Lavoro. È un richiamo chiaro alla tradizione del “partito dei lavoratori” di togliattiana e berlingueriana memoria. Un nome che rende anche più agevole il ritorno di Articolo Uno di Roberto Speranza e Pierluigi Bersani. Un nome, infine – e scusate se è poco –,  che avvicinerebbe il partito di largo del Nazareno al Labour Party britannico, caposaldo della sinistra europea, prima e dopo la Brexit. E poi, parliamoci chiaro, i militanti della “cosa” in gestazione non si chiamerebbero più né “democrats” (nome impronunciabile) né “piddini” (roba da satira del cabaret) ma “laburisti”. Volete mettere? Del resto, “laburista” è come dire “socialista” senza richiamare i “socialisti”, categoria politica piuttosto indigesta agli eredi del Pci. E pure ai democristiani di sinistra, che hanno dato vita al Pd insieme con i post-comunisti.

Basta però cambiare il nome per cambiare sostanza e, soprattutto, cultura politica?  È qui che un Partito del Lavoro di nuovo conio potrebbe incontrare le difficoltà serie. Perché la svolta, se vuole essere reale, deve partire dai ceti sociali di riferimento. Detto in altri termini, eventuali “laburisti” italiani dovrebbero avere il coraggio di scegliere, veramente, i ceti deboli della società come interlocutori privilegiati. Dovrebbero riuscire a parlare con i lavoratori italiani, senza privilegiare sempre e comunque gli immigrati. Dovrebbero introdurre un pizzico di “sovranismo”  nei loro programmi e nella loro cultura, e quindi essere un  po’ meno europeisti e un po’ meno tecnocratici.

Sarebbero eventualmente capaci di una simile svolta? I primi segnali non sembrano incoraggianti.  Basterà dire che la nuova “carta dei valori” del Pd, seppur spostata più a sinistra, non ha abrogato la vecchia. Un po’ di qua e un po’ di là, come ai tempi del “…ma anche” veltroniano. Con la differenza che, almeno al tempo di Veltroni, il neonato Pd aveva una “vocazione maggioritaria”,  cosa che non potrebbe  perseguire un partito di sinistra-sinistra nell’Italia degli anni Venti del 2000.

Non ci sarebbe niente di peggio che farsi chiamare “laburisti” senza esserlo. A quel punto il Partito del Lavoro diventerebbe una parodia. E il nome scivolerebbe fatalmente nel nomignolo.

E poi, quale sarebbe l’acronimo di Partito del Lavoro? PdL. Vi ricorda qualcosa? Qualsiasi cosa vi ricordi, la sigla PdL non ha portato bene all’ (effimero) partito del quale fu l’acronimo, qualche anno fa…

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