Asse franco-tedesco a Washington, perché l’Italia resta a casa

giovedì, 9 Febbraio 2023
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Da quando è diventato ministro dell’Economia Giorgetti – già non esattamente un chiacchierone – ha parlato pochissimo. Rare interviste e zero o quasi indiscrezioni passate ai giornalisti. Per questo motivo il suo sfogo di ieri con un gruppo di giornali europei fa ancora più rumore; se persino Giancarlo non si tiene più vuol dire che davvero la pazienza di questo governo nei confronti degli “alleati” europei è colma.

A scatenare il fastidio del leghista è stata la decisione di Francia e Germania di mandare i suoi ministri dell’economia Bruno Le Maire e Robert Habeck in missione a Washington per parlare di politica industriale e sussidi, senza invitare l’Italia.

Uno sgarbo istituzionale nella forma – l’Italia è pur sempre la terza potenza economica dell’Unione – e nella sostanza, in quanto è probabile che qualunque intesa sia stata raggiunta in America avvantaggerà solo i partecipanti al meeting.

Scopo della riunione era ridurre al minimo le conseguenze della politica protezionista di Biden, che col suo Inflation Reduction Act ha stanziato 400 miliardi di sussidi destinati alle aziende impegnate nella transizione ecologica che operano negli Stati Uniti, causando una serie di clamorosi disinvestimenti delle multinazionali (anche europee) nel Vecchio continente.

Una questione delicatissima, che richiedeva un approccio concordato a livello di istituzioni europee e che invece ha visto come al solito Parigi e Berlino muoversi in autonomia. A chi gli faceva notare che due paesi, per quanto importanti, non possono parlare per tutta l’Europa, Le Maire ha risposto con una certa sufficienza: “Siamo le due economie più grandi d’Europa. Ci siamo coordinati con Bruxelles prima di partire e adesso riferiremo i risultati. Tra qualche ora chiamerò il collega Giorgetti”. Collega che potrà solo prendere atto dei risultati ottenuti, che oltretutto sembrano piuttosto scarsi.

I due ministri speravano di garantire all’Europa – o almeno ai loro paesi – uno status simile a quello goduto da Messico e Canada, che possono contare di un trattato di libero scambio con gli Stati Uniti e non dovrebbero essere penalizzate dagli aiuti. Invece hanno solamente ottenuto che Washington comunichi in maniera trasparente le sue decisioni, possibilmente prima di coinvolgere la stampa.

Un po’ poco, soprattutto per la Germania, il cui comparto automotive rischia di essere spazzato via da quello americano a meno di – ed è questo il vero obiettivo – ottenere da Bruxelles un allentamento delle norme sugli aiuti statali alle imprese. Sì, perché la Germania è pronta a inondare la sua economia con 300 miliardi di euro di soldi pubblici; il viaggio in America doveva servire solo per rendere evidente che l’unico modo di reagire al protezionismo americano è di attivarne uno europeo. Il problema è che l’Europa non ha una capacità di spesa comune, quindi ogni stato membro andrà per la sua strada, e quelli con i bilanci pubblici in ordine potranno spendere molto più di quelli in difficoltà come l’Italia.

Ecco spiegato quindi il disappunto di Giorgetti, che trovandosi fuori dai meeting teme ora di essere messo di fronte al fatto compiuto, con i franco-tedeschi che vorrebbero imporre un liberi tutti sugli aiuti pubblici alle imprese senza però toccare le norme sui bilanci pubblici, costringendo quindi l’Italia a tenere chiusi i borsoni della spesa mentre gli altri spendono e spandono.

Il titolare di via XX Settembre ha spiegato che se un’iniziativa così a senso unico fosse stata fatta dall’Italia, “questo governo sarebbe stato accusato di essere sovranista e antieuropeo. A parti invertite saremmo sotto processo”. Difficile dargli torto; speriamo solo che la reazione di Roma non sia una nuova chiusura nei confronti di Parigi e Berlino, che come è noto possono fare a meno di noi, mentre purtroppo non è vero il contrario.

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