Se non altro, la direttiva europea sulle case ecologiche in Italia ha avuto l’effetto di ricompattare maggioranza e minoranza, naturalmente in posizione antitetica. Nello specifico, vetero e neoambientalisti da una parte, conservatori ed eco-scettici dall’altra. Il provvedimento sulle cosiddette case “green” ha ricevuto il primo via libera dalla Commissione per l’Industria del Parlamento europeo con 49 vori a favore, 6 astenuti e 18 contrari. FdI, Lega e Forza Italia hanno votato compattamente contro; Socialisti e democratici, Verdi e Sinistra tutti a favore; Popolari divisi (13 a favore e cinque contrari). Il testo prevede che gli edifici residenziali dovranno raggiungere una classe di prestazione energetica minima di tipo “E” entro il 1° gennaio del 2030 e “D” entro il 2033 per abbattere le emissioni di gas a effetto serra e il consumo finale di energia nel settore edile dell’Ue entro il 2030 e renderlo climaticamente neutro entro il 2050.
Una svolta che va di pari passo con i massicci finanziamenti agli Stati, un terzo del Piano di ripresa per la transizione ecologica. Secondo il testo della direttiva tutti i nuovi edifici dovrebbero essere a emissioni zero dal 2028; i nuovi edifici occupati, gestiti o di proprietà di autorità pubbliche dovrebbero essere a emissioni zero dal 2026; tutti i nuovi edifici dovrebbero essere dotati di tecnologie solari entro il 2028, ove tecnicamente idonei; gli edifici residenziali in fase di ristrutturazione hanno tempo fino al 2032 per conformarsi.
Dalla direttiva sarebbero esclusi i monumenti; i singoli Paesi potranno decidere di escludere anche gli edifici protetti per il loro particolare valore architettonico o storico; gli edifici tecnici; le chiese e i luoghi di culto; gli alloggi pubblici sociali, laddove i lavori di ristrutturazione porterebbero ad aumenti degli affitti che non possono essere compensati risparmiando sulle bollette energetiche. Il disegno di legge sarà sottoposto alla votazione dell’Assemblea durante le sessioni plenarie del 13 e del 16 marzo e diventerà la posizione negoziale del Parlamento. I deputati avvieranno quindi la trattativa con il Consiglio per concordare la forma finale del testo.
Patrizia Toia (Pd), vicepresidente della Commissione Industria del Pe, evoca un compromesso raggiunto: «Il voto è un sì al cambiamento, ma con più tempo e flessibilità per gli Stati membri». In effetti in Italia pesano i ritardi nel grado di preparazione alla svolta ecologica e quindi il maggior sforzo che sarà richiesto per adeguarsi.
La strada per il provvedimento che punta ad abbattere le emissioni del comparto edilizio è ancora lunga, dunque, ma nel frattempo ha provocato l’ira della maggioranza. Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto ricorda che la realtà italiana sulle abitazioni ha caratteristiche che la differenziano da altri. Per esempio, sulla proprietà la differenza è abissale perché l’85% degli italiani è proprietario di una casa. Vediamo come va in Parlamento europeo, poi ci sarà il Trilogo (incontri tra Parlamento, Consiglio e Commissioni europei) e si riaprirà una trattativa in cui il ruolo dei singoli Paesi ritornerà molto forte. E’ una partita di equilibrio tra Stati».
Se Tiziana Beghin, capodelegazione M5S al Parlamento europeo, dice «siamo ampiamente soddisfatti» e ricorda che la proposta di direttiva «prevede sia ampie deroghe per gli Stati membri sia la richiesta di un nuovo Recovery Fund», la Lega non ci sta: «Continueremo – dice una nota di cinque europarlamentari del Carroccio – a dare battaglia ripresentando i nostri emendamenti di buon senso nella sessione plenaria per fermare un’euro-patrimoniale nascosta». Da Roma altri parlamentari leghisti parlano di “follia turbo ambientalista”, incoraggiati da Confedilizia: «Il Governo Meloni può ancora intervenire per scongiurare gli effetti disastrosi che l’approvazione definitiva di questo provvedimento avrebbe per l’Italia – dice il presidente Giorgio Spaziani Testa – ci aspettiamo che lo faccia in coerenza con le dichiarazioni rilasciate nell’ultimo mese dai maggiori esponenti dei tre partiti della coalizione, oltre che da autorevoli rappresentanti di Italia Viva-Azione».
Dal punto di vista finanziario, secondo il sito specializzato Mutuionline la direttiva ha un costo stimato di 540 miliardi in Italia, pari a 20 finanziarie: tali sarebbero i costi perché tutti gli immobili residenziali raggiungano la classe energetica “E” e quella “D” entro il 2033. Con 27 milioni di abitazioni interessate «entro il 2033 bisognerebbe ristrutturare 7.400 case al giorno – valuta Mutuionline – le possibili sanzioni per chi non rispetta le normative verranno lasciate a discrezione dei singoli governi ma di sicuro si andrà incontro a una perdita notevole di valore degli immobili che non rientrano in queste classi energetiche. Per finanziare un simile esborso – conclude Mutuionline – è possibile richiedere un mutuo “green”, che come tutti i prestiti risente dell’aumento dei tassi d’interesse da parte della Bce. Se a gennaio 2022 il costo medio di un mutuo green a tasso fisso da 140 mila euro a 20 anni per un immobile da 200 mila euro era dell’1,2%, pari a una rata da 658 euro, oggi per la stessa richiesta si spenderebbero 821 euro al mese, con un tasso del 3,6%».



