Regionali, affluenza ai minimi storici: c’è già un vincitore

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Le urne si chiuderanno oggi alle 15 ma intanto un vincitore in queste elezioni regionali nel Lazio e in Lombardia sembra esserci già: è l’astensionismo, che ormai è un protagonista indiscusso in ogni tornata elettorale, e diventerà probabilmente anche questo pomeriggio l’alibi con cui i perdenti cercheranno di mitigare la sconfitta elettorale.

Si dirà che chi ha vinto in realtà ha perso, perché la maggioranza degli elettori non ha votato e che sommando i voti di chi è rimasto a casa e di chi si è espresso alle urne contrariamente al vincitore, non si può parlare di sconfitta.

Certamente i dati dell’affluenza sono un pianto. L’ultima rilevazione effettuata alle 23 di ieri sera alla chiusura dei seggi, fotografa una situazione a dir poco drammatica: ha infatti votato appena il 29,72% degli aventi diritto, oltre quaranta punti in meno del 70,82% registrato cinque anni fa, quando però si votava in una sola giornata e in concomitanza con le elezioni politiche.

Nel Lazio ha votato soltanto il 26,28% degli elettori (contro il 66,55% del 2018), con la Capitale che ha registrato appena il 23,82% contro il 63,11% del 2018. In Lombardia invece ha votato il 31,78% (contro il 73,11% del 2018), con un dato leggermente sopra la media a Milano, con il 32,65% ma contro il 68,39% del 2018.

E’ vero che si voterà fino alle 15 di oggi, ma la situazione non sembra destinata a cambiare di molto. Si conferma dunque il trend negativo della partecipazione al voto, segno di una sempre maggiore disaffezione degli elettori per le urne. Va detto che in questo caso si è trattato di elezioni regionali che hanno riguardato soltanto due regioni, anche se le più importanti, fatto questo che ha ridotto notevolmente la spinta mediatica intorno all’appuntamento elettorale.

Anche la campagna elettorale è stata decisamente in tono minore, condotta principalmente sui social e poco nelle piazze. Vero è che ormai l’astensionismo si ripresenta puntualmente ad ogni elezione, ma i dati di queste ultime ore dimostrano chiaramente come le regioni siano considerate enti lontani dai cittadini, quasi delle entità astratte, nonostante negli ultimi vent’anni siano state investite di maggiori funzioni e competenze.

Neanche il fatto che gli elettori sono chiamati ad esprimere preferenze sui candidati, facoltà per esempio non concessa alle elezioni politiche dove i listini sono bloccati, sembra aver incoraggiato la partecipazione alle urne, considerando poi che in tutti i partiti si sono aperte delle vere e proprie guerre intestine fra candidati espressione di correnti diverse; sui territori infatti la guerra delle preferenze è diventata lo strumento per pesare la forza dei singoli gruppi in vista poi dei futuri incarichi.

La sensazione è che alla fine a votare ci vanno soltanto gli interessati, ovvero gli elettori in qualche modo coinvolti politicamente nelle attività dei partiti o motivati appunto da interessi specifici; il resto, il cosiddetto “popolino”, quello cioè che si sente di fatto estraneo alle logiche partitiche o non ha interessi diretti legati alle attività delle regioni, preferisce restare a casa, nella convinzione che tanto il suo voto non servirà a nulla, o comunque non gli tornerà indietro nulla in termini di miglioramenti delle proprie condizioni economiche.

Hanno un gran da fare i politici a rivolgere appelli al voto, ricordando che votare è un diritto: il problema è che la gente non crede più di essere portatrice di diritti, visto che si vede sempre più costretta a subire imposizioni dall’alto a veder disatteso il proprio voto (come avviene alle elezioni politiche con i giochi di palazzo, le maggioranze cambiate in Parlamento, i governi tecnici imposti dal Quirinale e via dicendo) salvo andare a votare appunto quando sono in ballo interessi personali (vedi ad esempio la difesa del reddito di cittadinanza).

Forse è il caso anche di fare un serio esame di coscienza sull’assetto istituzionale del Paese, e per esempio, interrogarsi se sia davvero il caso di procedere con le autonomie, visto quanto poco i cittadini si sentano rappresentati dalle regioni; che da quando sono state istituite agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso e ancora di più da quando sono state investite di competenze specifiche sottratte allo Stato, sono diventate dei carrozzoni che hanno accumulato inefficienze e debiti, come dimostra il caso emblematico del Lazio, uscito soltanto di recente da anni di emergenza finanziaria dopo aver devastato il sistema sanitario, chiuso ospedali, ridotto drasticamente posti letto e presidi di prossimità.

E anche la Lombardia che ci è stata sempre propinata come un modello di efficienza amministrativa, in realtà a giudicare dai risultati dell’affluenza, non è molto più apprezzata di quanto lo siano le altre regioni italiane. 

Un’ultima considerazione riguarda poi la propaganda ai limiti della mitizzazione che è stata fatta del cosiddetto “modello Lazio” in termini di sanità, soprattutto per ciò che ha riguardato la gestione della pandemia. Forse è il caso di tornare con i piedi per terra e prendere atto che alla fine il mito era esclusivamente mediatico e propagandistico. Perché se i numeri dell’affluenza hanno un senso, allora forse della grande efficienza del modello Lazio nella lotta al Covid e nella campagna di vaccinazione spacciata come un fiore all’occhiello della Giunta Zingaretti, sembrano essersi accorti davvero in pochi.

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