Regionali, Giorgia ha conquistato anche l’establishment

venerdì, 17 Febbraio 2023
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Forse il motivo di maggiore soddisfazione che la Meloni ha trovato nell’ultima tornata elettorale non è stato aver conquistato il Lazio confermando la Lombardia, e neanche aver ribadito la sua supremazia sugli alleati pure senza umiliarli. No, noi pensiamo che i dati che più hanno fatto sorridere la premier vengano da un solo collegio elettorale, quello di Roma centro, da tempo immemore feudo esclusivo del centrosinistra.

Ebbene, nel cuore dell’Italia benestante – anzi ricca – e scolarizzata – anzi acculturata – FdI ha sorpassato il Pd, accaparrandosi il 27% delle preferenze. Non parliamo poi dei risultati nel Municipio II, quello dei Parioli; lì la Meloni ha sfiorato il 31%, il Pd il 23% e Calenda, che in teoria giocava in casa, appena il 10%.

E il trend si replica pure a Milano, dove la Meloni da sola prende più dei voti degli alleati messi insieme. In generale FdI sembra andare meglio nelle aree urbanizzate, dove vivono le persone più istruite e con i lavori migliori, mentre Forza Italia e la Lega presidiano di più l’elettorato a basso tasso di scolarizzazione e quello che vive nei piccoli centri.

Per carità, è vero che alle elezioni “uno vale uno”, che i voti si contano e non si pesano e via elencando, ma è indiscutibile che un partito in grado di ottenere l’appoggio dell’establishment di un paese (senza allontanare gli altri elettori) può affrontare con un sovrappiù di tranquillità le sfide che si presenteranno nei prossimi mesi.

La Meloni ha avuto successo in una battaglia che i suoi predecessori – Berlusconi, Fini, Salvini – avevano sempre fallito; dimostrare che l’elettorato di destra non è composto solo da ignoranti, fascisti, borgatari e micro imprenditori interessati solo a evadere fino all’ultimo euro. E, quel che più conta, questo risultato l’ha raggiunto da sola, perché è innegabile che per ora il gruppo dirigente del partito, con la vistosa eccezione del ministro Crosetto, è molto inferiore a Giorgia per carisma, preparazione e visione politica.

Si spiega così la decisione di mettere nei ministeri chiave in questa battaglia per l’establishment, quello dell’Economia e della Cultura, due personalità esterne al suo partito ma capaci di avviare con lei una relazione strettissima, quasi simbiotica. Giorgetti è riuscito finora a mantenere calmi i mercati e i partner europei, garantendo che l’Italia continuerà a seguire un percorso di risanamento dei conti pur spendendo per investimenti a lungo termine, mentre Sangiuliano ha dato vita a una campagna per il riconoscimento della cultura di destra che, pur con qualche ingenuità, è riuscita a imporre il tema nel dibattito nazionale.

Di sicuro l’inquilina di Palazzo Chigi è aiutata dalla scarsezza degli avversari; mai nella sua storia la sinistra italiana è stata così povera di leader capaci, e non è detto che per quanto riguarda le grandi battaglia ideali le cose miglioreranno di molto quando Bonaccini sarà eletto segretario. Il suo curriculum parla di un uomo concreto, capace, ma non certo di un personaggio in grado di affascinare chi dalla politica cerca qualcosa di più che buona (e ordinaria) amministrazione.

Quindi sì, i balneari, il Pnrr, i confini, saranno temi sempre presenti nelle prime pagine dell’agenda di Giorgia. Ma siamo sicuri che in qualche foglietto nascosto la leader di FdI nasconda pure il principale obiettivo della sua legislatura; diventare la prima leader della destra italiana priva di qualunque complesso d’inferiorità nei confronti della sinistra.

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