Maurizio Costanzo. I miei ricordi, i suoi segreti, la chiave del suo successo

2 minuti di lettura

Chissà cosa penserà ora Maurizio Costanzo, ascoltando i tanti encomi e le frasi altisonanti sulla sua vita pubblica e privata, sul suo lavoro.

Elogi a non finire, da parte di quelli che gli devono tutto, popolarità, carriera, il recupero dopo l’oblio e che ancora oggi continuano ad “usare” il suo nome: eternamente riconoscenti e coscienti del suo ruolo di scopritore e riscopritore di talenti.
Riderà, ironizzerà, se ne fregherà, visto che è sicuramente impegnato in un viaggio molto più importante?
Non importa. Quello che conta è ciò che ha insegnato e trasmesso a 360 gradi, identificandosi e personalizzando i messaggi veicolati dai suoi talk-show in tv (Rai e Mediaset); visto che di fatto li ha inventati, o per meglio dire, li ha resi sistemici, strutturali.

Uomo poliedrico, eclettico, furbo, curioso, capace di gestire ogni flusso della politica, con abile capacità di stare a galla.
Se dovessi dire quale idee avesse veramente, avrei difficoltà a comprenderle, ridurle, comprimerle in uno schema: conservatore, progressista, governista, oppositore del potere?
A giudicare dai tweet, dai post dei leader politici e dei personaggi dello star system, indubbiamente ha accontentato tutti; quindi, è stato capace di non farsi catturare dalle appartenenze e dalle pressioni “superiori”.
Il suo segreto era semplice: invitare nel principale salotto italiano esordienti e navigati, protagonisti e comprimari. E se lo attaccavi, polemizzavi con lui, te lo mettevi contro, sparivi dalla circolazione, dalla visibilità. Era il suo “ricatto” indiretto verso destra, sinistra e non solo.

Per primo ha intuito una regola fondamentale della comunicazione moderna: che popolarità e consenso declinati a livello culturale, politico, partitico etc, vanno di pari passo.
Un ricordo personale. Grazie all’indicazione di un importante parlamentare, venni invitato al Costanzo-show. Avevo scritto un testo al centro del dibattito politico di quegli anni: “Oltre il polo, il nuovo manifesto dei conservatori”. Non andai, perché non volevo partecipare a quella che sarebbe stata la nuova tendenza mediatica: la spettacolarizzazione dei sentimenti, del dolore, della politica, della cultura.

Avevo saputo che nel panel, insieme a me, avrei avuto come interlocutore-contradditore un comico, della bravura di Lello Arena. Non gradii l’impostazione (per gli autori, invece, assolutamente normale e scontata): esporre il mio libro e nel contempo essere deriso, nel nome della teatralizzazione, banalizzazione e relativizzazione delle idee. Quella apparente leggerezza (pungente e censoria nella sostanza) che ridimensiona ogni testimonianza di vita, ogni sacrificio e ogni passione dei singoli, diluendola in un mega-circo Barnum, dove musica, balli, battuta, slogan, spot, sono la stessa cosa.
Non avevo ancora capito che questo era un altro segreto vincente di Maurizio Costanzo.

E poi, ancora, ricordo quando venne a trovarci in redazione il suo autista, licenziato, perché il giorno prima del famoso attentato ad opera della mafia aveva chiesto un permesso per malattia.
Ci disse che avrebbe raccontato chi era davvero Maurizio Costanzo, le sue fobie, quando si metteva giù nella macchina per non vedere la gente non gradita o quando lo accompagnava (in buona compagnia) da Licio Gelli. Non era uno scandalo: io stesso, una volta, sono andato a Villa Wanda per intervistare il Gran Maestro della P2.
Non raccolsi mai le dichiarazioni dell’autista. Primo, perché non c’erano prove e poi, perché c’era il sospetto di una vendetta personale. Secondo, perché non era il giornalismo che amo. Se ci avessi creduto avrei superato la resistenza stessa dei vari direttori a cui mi ero rivolto, e che mi avevano dato “collettivamente” la medesima risposta: “Sei matto, se pubblico una cosa del genere non mi invita più”.
Era ed è, il prezzo della notorietà.

Quello che posso dire che Costanzo ha inaugurato un genere particolare: il “populismo politicamente corretto”: il buonismo sentimentale, che suscita l’applauso facile, che esalta molti luoghi comuni del laicismo, del progressismo, dell’umanitarismo facile. Un messaggio alimentato anche dal suo contrario: coordinare i pro e contro degli ospiti diversamente polemisti, sintetizzati dal conduttore-arbitro; da Maurizio Costanzo. In questo è stato un maestro.
Lui, a mio giudizio, ha sostanzialmente favorito il politicamente corretto. Al contrario ad esempio, di Michele Santoro che ha dato voce alle proteste, al nascente populismo anti-sistema, al tempo di Tangentopoli. E ha proseguito su questa scia (la guerra in Ucraina, il pacifismo, i vaccini)
Ma questa è un’altra storia.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

Giorgi conquista il trofeo del Merida Open Akron

Articolo successivo

Sace presenta nuova brand identity per crescere insieme alle imprese italiane

0  0,00