L’Europa si cambia se ci si sta dentro, lavorando al cambiamento, non limitandosi a criticarla da Roma senza fare nulla, mentre a Bruxelles gli altri decidono a nostre spese. Lo ha dimostrato in questi giorni la premier Giorgia Meloni, che ha ottenuto una insperata vittoria sullo stop alle auto a motore termico a partire dal 2035. Il voto sul regolamento che avrebbe dovuto impedire la vendita di veicoli nuovi alimentati da benzina o diesel è stato infatti rinviato “a data da destinarsi” grazie al forte blocco di minoranza formatosi per volontà di Italia, Germania, Polonia e Bulgaria.
Se è vero che l’intervento di Berlino è stato fondamentale, va dato atto all’Italia di aver lavorato per aggregare consenso intorno a una visione alternativa a quella della Commissione quando ormai sembrava che i giochi fossero fatti. Fino a qualche settimana fa infatti nessuno metteva in dubbio che il processo di elettrificazione coatta entro i prossimi 12 anni fosse intoccabile.
Invece Roma è riuscita a creare un primo gruppetto di “contrari” con la Polonia, che in questi anni ha aumentato di molto il suo peso nel mondo dell’automotive, diventando il 23esimo produttore mondiale, poco sotto l’Italia che si colloca al 20esimo posto. A questo punto Berlino, che era rimasta alla finestra soprattutto a causa di un dissenso di fondo sulla questione all’interno del governo (i verdi sono favorevoli al blocco, i liberali sono contrari), ha deciso di uscire allo scoperto con una dichiarazione del cancelliere Scholz.
Il capo del governo tedesco ha infatti spiegato di essere pienamente d’accordo con lo sforzo di fare pressione sulla Commissione europea affinché modifichi il suo progetto di pensionamento anticipato dei motori a combustione. Gongola giustamente Giorgia, che parla di successo italiano ma evita accuratamente messaggi polemici nei confronti della Commissione, dicendosi anzi convinta che sia «Giusto puntare a zero emissioni di Co2 nel minor tempo possibile, ma deve essere lasciata la libertà agli Stati di percorrere la strada che reputano più efficace e sostenibile. Questo vuol dire non chiudere a priori il percorso verso tecnologie pulite diverse dall’elettrico. È questa la linea italiana che ha trovato largo consenso in Europa».
La Meloni sembra aver fatto tesoro delle esperienze leghiste nel governo gialloverde, quando Salvini litigava un giorno sì e l’altro pure con l’Europa ma a Bruxelles non si faceva vedere quasi mai. La leader di FdI ha capito che se si vuole cambiare l’Europa occorre farlo confrontandosi e trovando alleanze, non lamentandosi mettendosi da soli in un angolo lasciando che gli altri decidano al posto nostro.
Peccato che questa lezione debba essere ancora capita dai suoi ministri, che rischiano ancora di indebolire l’azione di governo con frasi poco felici. Le dichiarazioni della Meloni infatti sono molto diverse da quelle del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto, secondo il quale l’elettrico «Non può essere l’unica soluzione del futuro, tanto più se continuerà, come è oggi, ad essere una filiera per pochi», o di Forza Italia che se ne è uscita con toni calcistici parlando di «sconfitta politica» del commissario europeo per il clima Frans Timmermans.
La battaglia per una transizione ecologica che non si trasformi in un disastro economico è appena iniziata: è solo con i toni da europeista pragmatica della Meloni che si può sperare di vincerla.



