Meloni e Schlein, moderati in depressione 

mercoledì, 8 Marzo 2023
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Meloni e Schlein, quali similitudini possiamo trovare oltre l’ovvia considerazione di trovarci davanti a due donne al vertice di due grandi formazioni politiche?

Che cosa insomma accomuna realmente Giorgia ed Elly? Una cosa molto semplice: l’identità politica accentuata, nel senso che sia l’una sia l’altra hanno conquistato la leadership nei rispettivi campi partendo da posizioni radicali. E non si tratta di un fatto casuale. Perché la prevalenza dei radicalismi, sia nel centrodestra sia nel centrosinistra, ha tutta l’aria di essere un linea di tendenza generale della politica, non solo italiana.

Se è così, allora significa che tanto Matteo Renzi quanto Carlo Calenda dovranno rifare i propri conti. È assai difficile che la vittoria della Schlein ai gazebo spalanchi praterie sterminate ai “moderati” del Terzo Polo. Sicuramente Italia viva e Azione qualche cosa potranno rosicchiare, ma è assai improbabile che ci troveremo di fronte a una significativa migrazione di consensi, come tanti neocentristi sembrerebbero sperare.

Si tratta di una rilevante trasformazione politica, un cambiamento di mentalità nell’elettorato e nell’opinione pubblica che era già partito negli anni passati nel centrodestra, con l’affermazione di Matteo Salvini prima e di Giorgia Meloni poi, e che ora, a quanto pare, riguarda anche il centrosinistra, con la ritirata generale (almeno per ora) del vecchio notabilato di ispirazione tanto postcomunista quanto postdemocristiana.

Il paradigma politico dominante in Italia fino qualche anno fa è ribaltato. Il centro e i moderati non sono più strategici e determinanti. Non che siano destinati alla scomparsa, beninteso, ma appaiono forze di complemento e residuali, forze destinate a incidere sempre meno negli equilibri politici nazionali. Per chi, come i centristi, sono abituati a spostarsi là dove si sposta il potere, occupandone sempre posizioni di rilievo, si tratta di un vero e proprio trauma.

Le cause di questo fenomeno sono complesse e rimandano a mutamenti avvenuti negli specifici ambiti politici come pure nell’assetto globale.

Per quanto riguarda la Meloni, si può dire che la sua ascesa rappresenta l’apice di un processo di radicalizzazione dell’elettorato del centrodestra che dura da una decina di anni e che potremmo far coincidere, grosso modo, con la caduta dell’ultimo governo politico, il governo guidato Silvio Berlusconi, cui è seguita la serie dei governi tecnici inaugurata da Mario Monti. I leader del centrodestra sono cioè riusciti a intercettare prima (e assai meglio del centrosinistra) l’ondata di protesta e di rancore che si è diffusa nella società italiana di pari passo con l’impoverimento dei ceti medi e delle fasce popolari, con le politiche di bilancio all’insegna del rigore, con il fastidio crescente per le ingerenze di Bruxelles e per il ricatto del potere finanziario attraverso lo spread, oltre naturalmente alle nuove paure e insicurezze causate dall’immigrazione clandestina e  dalla recrudescenza del terrorismo islamico. All’inizio, per qualche tempo, ha tenuto banco la narrazione berlusconiana del “golpe” di Angela Merkel e degli eurocrati contro di lui e il suo governo. Nella fase successiva s’è invece affermata la narrazione sovranista, che ha favorito prima Salvini e successivamente la Meloni.

Mentre accadeva tutto questo, a sinistra (e in particolare nel Pd), si è assistito invece alla festa del notabilato e all’idolatria del potere. A impazzare è stata la mistica del governo a qualsiasi costo, con la conseguenza che il partito guidato (in ordine cronologico) da Pier Luigi Bersani, Matteo Renzi, Nicola Zingaretti ed Enrico Letta  è apparso la spalla politica della tecnocrazia e di tutti i poteri che hanno svuotato la democrazia imponendo e sostenendo, con la scusa dell’emergenza finanziaria, governi privi di un diretto mandato popolare. «Questa destra è pericolosa», hanno sostenuto per anni i notabili del Pd e lo hanno ripetuto fino all’ultimo, nelle settimane che hanno preceduto le elezioni politiche, quando abbiamo visto Letta fare una campagna più per fermare la Meloni che per affermare le proprie ragioni.

Ora, con Elly Schlein, assistiamo a un ribaltamento di prospettiva. Il Pd prova a riabbracciare un’identità politica forte, un’identità chiaramente di “sinistra”, e abbandona i chiaroscuri del recente passato. Moderatismi e pragmatismi addio. La postura è netta e intransigente. Radicale, appunto. La Schlein prova a riappropriarsi della causa del “lavoro”, degli “ultimi”, degli “esclusi”. Vedremo, in concreto, come saprà declinare queste parole d’ordine. Sono in molti ad attenderla al varco.

Certo è che la neosegretaria incarna i mutamenti avvenuti nel Pd, un partito che appare sempre meno il partito delle coop, dei manager rossi (quelli che dicevano che «il socialismo è il capitalismo gestito da noi»), dei bravi ed efficienti amministratori tosco-emiliani. Si presenta piuttosto come il partito che guarda ai “movimenti”, ecologisti e dei “diritti civili”, alla borghesia urbana, liquida e insoddisfatta, agli “antifa”, all’associazionismo umanitario, agli “alternativi” più disparati, oltre naturalmente alla “legione circense” dei nani e delle ballerine che abbiamo visto all’opera a Sanremo.

Diciamo che la Schlein è assurta a leader della galassia del disagio metropolitano. Difficile immaginare dove possa arrivare questa sorta di nuova sinistra. Sarebbe comunque un errore sottovalutare le pulsioni che si agitano nella società, anche perché una parte del potere economico si fida sempre meno dei “moderati” e pare andare in cerca di nuovi approdi, diciamo “sperimentali”. Lascia riflettere il fatto che uno degli storici rappresentanti dell’establishment economico italiano, Carlo De Benedetti, figura leader dell’imprenditoria “progressista”, abbia pubblicato un libro dal titolo “Radicalità” , nel quale auspica posizioni decise per uscire dall’ «attuale stagnazione». E che dire del “New York Times” che ha intervistato la Schlein a neanche una settimana dalla sua ascesa al vertice del Pd, indicandola come la donna che «scuote la politica italiana» in contrapposizione a Giorgia Meloni? Evidentemente, in certe alte sfere, si sta affermando l’idea che il potere politico abbia bisogno di un deciso restyling.

Chiosa necessaria: se si affermano leadership radicali, non vuol dire che le politiche di governo saranno altrettanto radicali. L’esempio offertoci dalla Meloni in questi mesi ci dimostra infatti che anche una leader dall’identità forte  può tranquillamente farsi guidare dal pragmatismo e dalla “moderazione” una volta entrata nella stanza dei bottoni. L’importante è la credibilità, la cui prima condizione, per chi governa, è di potersi avvalere di una chiara investitura popolare. Chi si è appellato all’”Agenda Draghi” ha maneggiato un boomerang. E ha perso le elezioni.

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