Anche la Conferenza episcopale italiana è scesa in campo per condannare la pratica dell’utero in affitto. Era inevitabile che ciò avvenisse, ma al di là della condanna quasi scontata, è saltata chiaramente agli occhi la comunicazione “politicamente corretta” che ha caratterizzato l’intervento e che è sembrata studiata a tavolino per non entrare a gamba tesa nella polemica riguardante le cosiddette famiglie arcobaleno.
“Preoccupa fare di cose così delicate, che riguardano la vita delle persone, un motivo di propaganda o di slogan” ha dichiarato monsignor Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Cei, rispondendo ad una specifica domanda dei giornalisti riguardante lo stop delle trascrizioni delle adozioni da parte di coppie omogenitoriali all’anagrafe comunale. Non si capisce se “a fare di queste cose così delicate un motivo di propaganda o di slogan” sia stato il governo che è intervenuto tramite i prefetti per ripristinare il rispetto delle regole, o il mondo Lgbt che è sceso in piazza per protestare. O se ci si riferisce alla neo segretaria del Pd Elly Schlein che ha preso la palla al balzo per rilanciare in Parlamento la battaglia sul matrimonio egualitario e le adozioni per le coppie gay.
Durante la conferenza stampa di presentazione del comunicato finale del Consiglio permanente della Cei, il segretario dei vescovi ha poi aggiunto: “Devono esserci discussioni per strumenti giuridici più adeguati – ha detto Baturi – ma ciò che preoccupa è fare di cose così delicate, che riguardano la vita delle persone, motivo di propaganda o di slogan. Occorre adottare strumenti più prudenti per dare dignità alle persone. Se invece si usano strappi per imporre una visione, si rischia di dimenticare la concretezza che riguarda le vite umane”. Anche qui, con chi ce l’ha il segretario della Cei? A leggere fra le righe sembrerebbe tanto un assist alle famiglie arcobaleno che chiedono una normativa sulle adozioni. Ma soprattutto non si capisce se i vescovi siano favorevoli o no al fatto che le coppie omosessuali possano adottare e crescere figli. E lo strappo per imporre una visione chi lo ha prodotto? Il governo che ha richiamato i sindaci a rispettare la normativa in base ad una sentenza della Cassazione, o i sindaci stessi che hanno trascritto le adozioni non potendolo fare?
In un comunicato la Cei esprime “forte preoccupazione per il crescente individualismo e per l’avanzare di visioni che rischiano di distorcere l’idea stessa di famiglia. Come sancito dalla Costituzione, infatti, la famiglia è e resta il pilastro della società, garanzia di prosperità e di futuro. Riconoscere l’istituto familiare nella sua originalità, unicità e complementarietà significa tutelare, in primo luogo, i figli, che mai possono essere considerati un prodotto o l’oggetto di un pur comprensibile desiderio. In tal senso – si legge nel comunicato – molte persone ormai, pur con idealità diverse, riconoscono come inaccettabili pratiche che mercificano la donna e il nascituro”. E’ evidente l’obiettivo di difendere l’istituto della famiglia naturale fondata sul matrimonio fra uomo e donna, ma allora perché poi monsignor Baturi parla di “adottare strumenti più prudenti per dare dignità alle persone”? Quali dovrebbero essere questi strumenti se di fatto, non riconoscendo la famiglia arcobaleno, non si dovrebbe riconoscere neanche loro il diritto alle adozioni?
Ancora più ambiguo il passo successivo in cui il segretario Cei dice: “Il tema del riconoscimento dei figli di coppie omosessuali non è sovrapponibile alla pratica della maternità surrogata. Gran parte di tali pratiche riguardano coppie eterosessuali. La pratica della maternità surrogata è inaccettabile, perché con essa, come ha detto il Papa, si rischia la mercificazione della donna, soprattutto delle donne più povere, e di trasformare il figlio in un oggetto di un contratto. Ciò non corrisponde all’idea di maternità e di paternità accolte come un dono, che caratterizza la visione cristiana. Su questo tema c’è stata una condivisione dei vescovi durante il Consiglio permanente, sulla scia delle parole inequivoche dette dal Papa”.
E qui appare evidente l’intenzione di “assolvere” le coppie omosessuali prestando il fianco proprio alla propaganda del mondo Lgbt che rifiuta l’idea di essere il principale beneficiario dell’utero in affitto. A quale pro? Probabilmente per non apparire troppo allineati alla posizione del governo Meloni e troppo nemici del mondo arcobaleno?
Perché anche sulla volontà del governo di far dichiarare l’utero in affitto reato universale la posizione del segretario è piuttosto ambigua: “La Cei non è entrata nei dettagli sul fatto se l’utero in affitto possa considerarsi un crimine universale, come parte della politica chiede in queste ore, ma posso dire che è un problema universale e d’altronde quando il Papa ha più volte parlato di mercificazione non parlava solo dell’Italia”. Ma se si è contrari a questa pratica, perché tanta cautela nel non esporsi in favore del riconoscimento di reato universale?
Insomma, la posizione della Cei appare chiaramente improntata alla ricerca di un equilibrismo che possa salvare capra e cavoli: ovvero la posizione della Chiesa in difesa della famiglia naturale, senza però andare allo scontro con gli Lgbt e soprattutto senza benedire troppo il governo Meloni sui temi etici. Arrivando addirittura a negare che l’utero in affitto serva soprattutto alle coppie gay per aggirare il divieto in Italia di poter adottare figli. Sono infatti proprio le coppie omogenitoriali a rimetterci di più se in Italia fosse riconosciuto come reato anche il ricorso a detta pratica nei paesi esteri dove è consentita. E non a caso la discussione è sorta proprio perché, la trascrizione automatica delle adozioni delle coppie omogenitoriali, rischiava di coinvolgere anche i figli ottenuti all’estero ricorrendo all’utero in affitto. Ma al di là del fatto che anche le coppie etero possano ricorrere a questa pratica, se per la Cei “riconoscere l’istituto familiare nella sua originalità, unicità e complementarietà significa tutelare, in primo luogo, i figli”, perché non dichiarare chiaramente che le coppie gay non possono adottare figli come ha sempre ribadito la Chiesa negli anni precedenti, invece di invocare “strumenti più prudenti per dare dignità alle persone”?
Più chiara invece e priva di fraintendimenti la posizione anti-governativa sul tema dellì’immigrazione: “La recente tragedia di Cutro – attaccano i vescovi – è una ferita aperta che mostra la debolezza delle risposte messe in atto. Il limitarsi a chiudere, controllare e respingere non solo non offre soluzioni di ampio respiro, ma contribuisce ad alimentare irregolarità e illegalità. Servono invece politiche lungimiranti – sul piano nazionale e su quello europeo – capaci di governare i flussi di ingresso attraverso canali legali, ovvero vie sicure che evitino i pericoli dei viaggi in mare, sottraggano quanti sono costretti a lasciare la propria terra a causa della fame e della violenza alla vergogna dei centri di detenzione e diano loro prospettive reali per un futuro migliore.In questa ottica – hanno concordato i Vescovi – i corridoi umanitari rappresentano al contempo un meccanismo di solidarietà internazionale e un potente strumento di politica migratoria. Nel ribadire che il diritto alla vita va sempre tutelato e che il salvataggio in mare costituisce un obbligo per ogni Stato, i Vescovi hanno quindi ricordato quanto sia strategica per il bene comune un’accoglienza dignitosa che abbia nella protezione, nell’integrazione e nella promozione i suoi cardini”.
Parole ineccepibili, che dimostrano chiaramente come i vescovi, quando vogliono essere chiari, sanno esserlo davvero. E invece, perché parole tanto ambigue e in parte contraddittorie sulla questione delle adozioni, quasi trattando l’utero in affitto come un problema assolutamente slegato dalle rivendicazioni del mondo Lgbt? La sensazione è che si voglia evitare lo scontro sui temi che dividono il mondo cattolico dalla sinistra, con la quale invece sembra esserci intesa piena sui temi dell’immigrazione, dell’accoglienza, della difesa dell’ambiente, argomenti che sembrano stare particolarmente a cuore alla Chiesa di oggi e considerati prioritari rispetto alla difesa dei temi etici. Del resto è stato lo stesso presidente della Cei Zuppi a dichiarare finite le crociate etiche dell’era Ruini. E lo si vede ogni giorno di più.



