Proposta FDI, Meluzzi: “D’accordo. Un drogato in carcere è mina per società”

sabato, 25 Marzo 2023
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Pochi giorni fa, il sottosegretario alla giustizia, Andrea Delmastro, ha avanzato la proposta di intervenire sui detenuti tossicodipendenti, trasferendoli in strutture private a loro dedicate, perchè il problema del sovraffollamento del sistema carcerario in Italia è “risolvibile solo affrontando il problema delle dipendenze” .

In seguito si è aperto un dibattito, per questo “Lo Speciale” ha raggiunto l’esperto in psichiatria, Alessandro Meluzzi, che ha avuto un’esperienza diretta sul campo perchè è stato a capo della comunità psichiatrica dedicata all’accoglienza di tossicodipendenti.

Il sottosegretario alla giustizia, Andrea Delmastro, ha sostenuto che i tossicodipendenti dovrebbero essere affidati alle comunità per risollevare il sovraffollamento carcerario. Qual è la sua opinione a riguardo? 

“Sono completamente d’accordo. Il carcere è una misura inadeguata, impropria, inefficace e inefficiente per i disturbi comportamentali da tossicodipendenza. Un tossicodipendente, in carcere, è una mina per la società”.

La priorità per loro è la disintossicazione. Per questo Delmastro starebbe pensando ad un provvedimento che immagina di coinvolgere il terzo settore, quelle comunità chiuse come San Patrignano, “per costruire un percorso alternativo alla detenzione”. Quante ne conosce e sono tutte all’altezza di questo compito? 

“All’altezza di questo compito sono pochissime e anche il modello organizzativo deve essere riaggiornato e rivisto perché la comunità Incontro del mio maestro, Don Gelmini, o quella di Muccioli, che io difesi dall’inizio nei due processi, sono nate in una situazione in cui la tossicodipendenza riguardava soprattutto l’eroina e gli oppiacei. Oggi agiscono delle forme di tossicofilia da psicostimolanti, psicofarmaci, sostanze di abuso sistematiche e poi c’è anche l’esplosione delle ludopatie, dei disturbi alimentari psicogeni. Per questo le comunità dovrebbero essere come quelle che una volta si chiamavano “di doppia diagnosi”, in cui si mette insieme la problematica psicologica, psicopatologica, psicoterapeutica, insieme a quella tossicomanica. Inoltre, bisogna naturalmente lavorare sulla formazione, sull’uscita, sui percorsi, sulle strutture ambulatoriali. E’ una questione molto complessa, non si risolve con una battuta”.

È d’accordo che il fine rieducativo della pena per il tossicodipendente non stia nel fatto che conosca a memoria la Costituzione o abbia partecipato ad un ottimo corso di ceramica? 

“Sono stupidaggini, non ci sono altri modi per definirle. Bisogna valutare molto seriamente la questione. Ad esempio, il percorso minimo previsto da Don Gelmini nella sua comunità era di tre anni, con l’apprendimento di un lavoro, con la sicurezza di un non contatto con le sostanze, quindi con una valutazione anche psicologica e con la maturazione raggiunta”.

Bisogna differenziare i reati, come quelli legati alla tossicodipendenza, rispetto al tema della permanenza in carcere? 

“Ci sono due tipi di reati legati alla tossicodipendenza. I primi sono legati ai reati che si fanno per mantenere la condizione di tossicodipendenza, principalmente reati di commercio, di spaccio, o similari. Poi ci sono quelli che sono la conseguenza degli effetti psichici delle sostanze sul comportamento, come il tossicodipendente che sniffa cocaina per fare una rapina, o uno stupro. In quest’ultimo caso ci sono effetti comportamentali più profondi e più strutturali”.

Nel suo libro, “Dei delitti e delle pene 2.0”, ha sostenuto nuovi metodi per riabilitare i colpevoli. Quali sono le sue idee? 

“Nel libro ci sono parecchie idee, che potrebbero essere riutilizzabili anche dal sottosegretario. Io credo che il carcere sia inutile e dannoso, ma inevitabile, perchè la sua funzione è duplice: da una parte c’è la protezione della società da chi commette i reati, poi c’è il risarcimento della vita che è fondamentale perchè altrimenti si ritornerebbe in una giungla con il farsi giustizia da soli, e poi c’è la riabilitazione psicologica del reo. Questi tre aspetti non possono mai essere disgiunti l’uno dall’altro. Bisogna necessariamente lavorare per un’evoluzione del carcere, che ad oggi è l’ultima istituzione totale ed una specie di ultimo manicomio, dove finivano schizofrenici, depressi, alcolisti, tossicodipendenti, malati di alzheimer, una specie di inferno indistinto.”

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