Politici direttori e giornalisti cacciati: l’editoria al rovescio

venerdì, 7 Aprile 2023
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Matteo Renzi è il nuovo direttore de il Riformista e, come da lui stesso annunciato, lo resterà per un anno (presumibilmente fino alle prossime elezioni europee dove il leader di Italia Viva si candiderà). Prende il posto di Piero Sansonetti che lascia la direzione de Il Riformista per passare a quella de l’Unità.

Entrambi i quotidiani sono di proprietà dell’imprenditore Alfredo Romeo che ha annunciato in questo modo di voler rappresentare le diverse anime del centrosinistra italiano: quella più riformista e moderata che sarà incarnata dal giornale “renziano”, e quella più radicale che invece troverà cittadinanza nell’ex organo del Pci, affidato a chi come Sansonetti lo conosce bene, avendoci lavorato per molti anni ed essendone stato vicedirettore.

Nelle stesse ore in cui veniva annunciata la nomina di Renzi alla direzione de Il Riformista, arrivava invece quella relativa al licenziamento di Stefano Feltri dalla direzione di Domani, ad opera dell’editore Carlo De Benedetti. Al suo posto va il suo vice Emiliano Fittipaldi, ma non è stato affatto un avvicendamento pacifico, né tantomeno consensuale, almeno a giudicare dalla reazione misurata e sobria, ma certamente non accondiscendente di Feltri. Sembra che la causa della rottura fra l’ex direttore e De Benedetti sia da ricercare in quella che l’editore ha definito strategia di rilancio del giornale, ma che molti ritengono essere una vera e propria cura dimagrante che dovrebbe portare alla scomparsa dalle edicole e ad una pubblicazione unicamente in versione digitale.

Ad ogni modo è singolare che mentre un leader politico diventa direttore di un giornale avendo nel proprio curriculum esperienze soltanto nella rivista nazionale degli Scouts, un giornalista affermato come Feltri venga invece rimosso da un editore idolo della sinistra, che senza troppi complimenti gli ha dato il benservito perché non allineato alle sue strategie editoriali. E nessuno a sinistra, ad iniziare dalla neo segretaria Elly Schlein che proprio in questi giorni è apparsa sorridente accanto a De Benedetti, ha speso due parole di solidarietà a Feltri. Così va il mondo.

Non è la prima volta che un politico diventa direttore di un giornale, avveniva regolarmente ai tempi della Prima Repubblica nei giornali organi di partito come l’Unità, il Popolo, l’Avanti, la Voce Repubblicana, il Secolo d’Italia ecc. dove c’era un direttore politico (appunto un dirigente di partito che dettava la linea ufficiale) e un direttore responsabile che essendo giornalista, firmava il giornale assumendosi la responsabilità dei contenuti, ma che contava meno di quello politico.

Si dà il caso però che il Riformista non sia affatto un giornale di partito. E’ sicuramente un quotidiano di area, con una chiara tendenza politica di sinistra riformista, ma non è certamente l’organo né di Italia Viva e nemmeno del Terzo Polo.

Renzi assicura che realizzerà un prodotto plurale e che saranno garantite tutte le voci. Ma resta il fatto che lui non è un ex politico, come ad esempio Francesco Storace che dopo aver abbandonato definitivamente la scena politica è tornato alla professione, è tuttora un senatore, leader di un partito (Italia Viva) e insieme a Carlo Calenda del cosiddetto Terzo Polo. E allora, senza voler fare processi alle intenzioni, come si può pensare che possa mantenere un’obiettività?

Lo stesso imprenditore Romeo ha spiegato di voler fare de Il Riformista il punto di riferimento del centrosinistra moderato, liberale e appunto riformista, ma come conciliare questa idea con il fatto che Renzi fino ad oggi ha inseguito un obiettivo ben diverso, ovvero quello di ricostruire un’area di centro contribuendo a spaccare e frastagliare proprio il campo del centrosinistra?

Si è parlato per anni di conflitto di interessi con particolare riferimento a Silvio Berlusconi e al suo ruolo di leader politico ed editore televisivo. Qui ovviamente non ci sono in ballo interessi economici, ma è evidente un conflitto di interessi di tipo politico per un ex Presidente del Consiglio, ex segretario del Pd e oggi cofondatore del Terzo Polo che ha annunciato l’intenzione di restare attivamente in politica. Anzi, proprio Renzi dopo gli scarsissimi risultati del Terzo polo alle ultime regionali, ha dichiarato che il vero banco di prova saranno le europee del 2024 e sarà lì che si misureranno le forze in campo. Quindi i centristi si giocheranno tutto in vista dell’appuntamento del prossimo anno dove si voterà con il proporzionale puro. Non c’è dunque il legittimo sospetto che Renzi possa utilizzare il Riformista per tirare la volata al Terzo polo e consolidarne il peso elettorale? Forse ne è consapevole anche lo stesso Romeo, che non a caso ha deciso di utilizzare l’Unità per dare voce anche al Pd targato Schlein e quindi non restare troppo prigioniero dell’etichetta di editore renziano.

Incredibilmente a sollevare questo sospetto è proprio Carlo Calenda, l’altro azionista del Terzo Polo, il quale ha dichiarato: “Matteo Renzi dovrà stare attento a chiarire che quello non sarà un giornale di partito. Mi ha telefonato prima di fare la conferenza stampa e gli ho fatto un caloroso in bocca al lupo. Gli ho detto che sarà bravo a fare questo lavoro e, parlando con lui, ho voluto definire una cosa, cioè che non sarà l’Unità, Il Popolo o l’Avanti! del Terzo polo. E questo per un dovere di rispetto verso i nostri elettori e verso i lettori del Riformista. Dopodiché gli faccio i miei auguri, se è questo che vuole fare nella vita, figurarsi”. Non sarà che Calenda teme che Renzi possa utilizzare il suo ruolo di direttore per consolidare la sua leadership nel Terzo polo? Che possa insomma fargli le scarpe e prendersi la guida del fronte centrista? A pensar male si fa peccato, ma appare strano che il leader di Azione si senta così in obbligo di tutelare i lettori del Riformista.

Intendiamoci, non c’è nulla di illecito in tutto questo, ma c’è sicuramente un tema che attiene alla deontologia professionale e soprattutto all’opportunità politica. E lo dimostra il fatto che i giornalisti che hanno scelto di fare politica, di norma hanno lasciato gli incarichi che ricoprivano nei giornali. Restando nell’ambito de Il Riformista si dimise infatti l’ex direttore Antonio Polito perché eletto nel 2006 senatore della Margherita; tornò alla direzione una volta terminata l’esperienza parlamentare. Lasciò l’incarico di condirettore di Repubblica Tommaso Cerno per candidarsi nel 2018 alle elezioni politiche con il Pd; e si dimise dalla direzione de Il Tempo Mario Sechi per candidarsi nel 2013, sempre alle politiche, con Scelta Civica di Mario Monti. E’ dunque una situazione a dir poco inedita che un politico in carica diriga un quotidiano di fatto indipendente. E’ come se Maurizio Gasparri, che è un giornalista, fosse nominato domattina direttore de Il Giornale al posto di Augusto Minzolini: siamo sicuri che sarebbe considerata una cosa normale?

Di certo si è costituito un precedente, e chissà che non sia l’inizio di una nuova moda, con i leader politici alla guida degli organi d’informazione. Con buona pace del giornalismo “cane da guardia” del potere.

 

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