Berlusconi e la destra, la vera storia

martedì, 11 Aprile 2023
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Berlusconi e Fini, la fine della loro amicizia è condensata in quattro parole e un punto di domanda: «Che fai mi cacci?». È il 22 aprile del 2010, riunione della Direzione del Pdl. In quel giorno esplode la grande contraddizione politica dell’allora morente Seconda repubblica: il rapporto tra il fondatore di Forza Italia e la destra italiana.

Quel rapporto è proseguito (e prosegue) anche nella nuova fase politica. E in modo non meno problematico, tanto da far ogni tanto registrare punte di autentica burrasca. Come nell’autunno scorso, durante la formazione del governo Meloni, con le battute al veleno che si sono reciprocamente lanciati Silvio e Giorgia.

Ma è necessario comunque tornare a quel 22 aprile di tredici anni fa, perché quel giorno contiene una rivelazione per la politica italiana, che a molti può apparire traumatica: Berlusconi e la destra, al di là della storica alleanza, sono intimamente conflittuali.

Se oggi questo rapporto tende a risolversi in modo decisamente favorevole alla Meloni – non fosse altro che per evidenti ragioni anagrafiche – è comunque bene individuarne le dinamiche fondamentali, perché in quelle dinamiche troviamo le risposte a trent’anni di vita politica nazionale, i trent’anni che hanno visto l’affermazione del bipolarismo e la nascita, per la prima volta nella storia repubblicana, di un centrodestra politicamente ed elettoralmente competitivo.

Quali problemi al dunque si rivelano in quel fatale 22 aprile del 2010? Prima di esporli, è bene chiarire qual è la causa diretta del litigio. Tutti pensano che sia nella rivalità personale tra Berlusconi e Fini, rivalità a lungo latente, ma che esplode fragorosamente proprio in quel giorno, giorno in cui Silvio si dice stanco  del «controcanto» (come lui stesso afferma) che Gianfranco gli farebbe da tempo. In realtà il motivo è un altro, ben più prosaico, anche se indubbiamente serio: Fini si rifiuta di favorire, come presidente della Camera, l’iter di leggi che di fatto renderebbero impossibili le intercettazioni telefoniche e che, soprattutto, accorcerebbero i tempi della prescrizione dei reati. Vale la pena ricordare che presidente della Commissione Giustizia di Montecitorio è Giulia Bongiorno (a quel tempo fedelissima di Fini) e che sono allora in piedi diversi processi riguardanti direttamente Berlusconi.

Quella diretta causa di scontro, al di là dell’interesse diretto del Cav, richiama un motivo di fondo dell’incontro-scontro tra Berlusconi e la destra, perché è l’espressione di una diversa mentalità riguardo alla concezione dello Stato e della legalità.

E proprio da qui, dalla questione legalità, partiamo per descrivere le dinamiche che segnano da sempre il rapporto tra il fondatore di Forza Italia e il mondo che si è ritrovato in Gianfranco Fini  prima, e in Giorgia Meloni  poi.

Fin dall’inizio appare, la questione legalità, una contraddizione potenzialmente esplosiva. E ciò per un motivo molto semplice: la destra deve il suo boom elettorale e la sua ascesa politica all’inchiesta Mani Pulite e alla conseguente decapitazione dei vertici della Prima repubblica, laddove invece il Cav incontra fin da subito, nel pool di magistrati milanesi, il gruppo a lui più ostile e la task force che gli avvelenerà per i successivi trent’anni l’esistenza politica e personale. La bomba-legalità rischia di esplodere già all’inizio del governo Berlusconi I, quando viene approvato il cosiddetto decreto “salva-ladri”: il provvedimento, proposto dal ministro della Giustizia Alfredo Biondi,  limita l’applicazione della custodia cautelare solo all’omicidio e ai reati più gravi. Con quel decreto si aprirebbero le porte del carcere per gli accusati di corruzione e concussione della stagione di Tangentopoli. Alleanza nazionale, prima dà il via libera, e poi ci ripensa, sull’onda dell’indignazione che monta nell’opinione pubblica, ancora fortemente giustizialista. Poi, negli anni successivi, An solidarizza con il Berlusconi perseguitato dai magistrati. Ma, nella destra, il binomio legge-ordine è un fatto connaturato e imprescindibile.

Seconda dinamica: il blocco sociale. Il mondo di destra è comunque destinato all’alleanza con quello di Berlusconi. E il motivo discende dal fatto che, sia l’uno sia l’altro, rappresentano il punto di riferimento, unitamente alla Lega di Umberto Bossi e poi di Matteo Salvini, dei ceti medi, della piccola e media impresa, del commercio, dell’artigianato, di quello che insomma viene chiamato, fin dagli anni Novanta, il “popolo delle partite Iva”. È ciò che sociologi ed economisti hanno definito il “blocco sociale” del centrodestra, un’area non solo economica ma culturale, contraddistinta da forti tratti comuni: insofferenza per l’alta tassazione, vocazione anti-burocratica, liberismo ruspante e statalismo intermittente, sospetto per l’alta finanza, opposizione al potere sindacale (o a quello che ne rimane). Questo “blocco” ha sofferto per la crisi economico-finanziaria degli ultimi anni, ma rimane vitale e, soprattutto, assai diffuso nella società italiana. Vengono da qui le ragioni sociali della forza politica del centrodestra.

Terza dinamica: la sindrome da “sdoganamento”. Il termine “sdoganamento” fu usato per la prima volta da Eugenio Scalfari in un editoriale uscito nell’estate del 1994. Il fondatore di “Repubblica” voleva intendere che fu solo grazie al patron della Fininvest se i postfascisti poterono da allora aspirare a occupare posti di governo. Questo termine fotografa un dato storico-politico inoppugnabile, ma risulta, nello stesso tempo, impreciso. Perché, a “sdoganare” la destra come grande forza politica, furono in realtà gli elettori. E ciò avvenne con le elezioni comunali di Roma e Napoli del novembre 2003, consultazioni che segnarono la fine dei vecchi partiti di centro-sinistra della Prima repubblica e la tumultuosa ascesa del Msi guidato da Gianfranco Fini. Né all’epoca si poteva più dire che i voti dati alla destra fossero in “libera uscita”, perché nel campo moderato non c’erano più competitori. Per cui il partito postfascista era comunque destinato a un futuro di rilievo.

È per questo che lo “sdoganamento” fu sempre vissuto con fastidio dai dirigenti di An. Né mancarono i tentativi di affrancamento e di costruzione di un modello di centrodestra in qualche modo alternativo a quello a trazione berlusconiana. Basterà ricordare la Conferenza programmatica di Verona del 1998, con il progetto di dare avvio a un bipolarismo meno “muscolare”, oppure allo sfortunato esperimento dell’Elefantino (l’alleanza Fini -Segni nelle elezioni europee del 1999), tutti tentativi non riusciti per la forte opposizione di Berlusconi. Il tempo però è stato galantuomo con la destra perché, molti anni dopo quei fatti, un partitino nato dalla scissione con il Pdl, Fratelli d’Italia, è alla fine diventato la forza trainante della coalizione, permettendo a Forza Italia di tornare al governo.

Quarta dinamica: partito-partito vs partito-azienda. Che Alleanza nazionale fosse un partito vero, con tanto di storia e pedigree, a differenza del partito di Berlusconi, nato dalle strutture delle aziende del Cav, era cosa che marcò subito la differenza tra le due formazioni. Ma tale circostanza non costituì mai un problema finché le due case, quella della destra e quella di Forza Italia, rimasero distinte. I problemi nacquero con la fusione a “freddo” tra An e FI, che nel 2009 diedero vita al Popolo della Libertà. Fu in quel momento che, da parte dei berlusconiani, partì una silenziosa campagna acquisti di esponenti finiani. La cosa cominciò a produrre tensioni e nervosismi crescenti dentro il nuovo partito, fino alla deflagrazione dell’anno successivo. Alla fine, anche Silvio capì che il partito unico del centrodestra era un errore politico. E dopo pochi anni fece rinascere Forza Italia.

La vicenda Berlusconi-destra sembra oggi alle battute finali. Quando il vecchio Cav tornerà a casa dall’ospedale (come tutti gli augurano), assai difficilmente potrà riassumere il controllo del suo partito allo stesso modo di prima, anche se, parlando di un uomo dell’energia di Berlusconi, non si può mai dire mai. Ma su un mondo, il mondo di Arcore e dei suoi leggendari summit, sta comunque calando il sipario. Il futuro del centrodestra pare destinato a conoscere l’egemonia di Giorgia Meloni, non sappiamo ancora quanto lunga. Dal mondo di centrodestra potrà sempre scaturire un altro, carismatico personaggio. Ma nessuno potrà mai assomigliare a Silvio. Quella di Berlusconi è stata un’esperienza unica e irripetibile. Nel bene e nel male.

 

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