Ok i 3 miliardi del Def, ma preoccupiamoci dei 235 del PNRR

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Promosso sul Def, rimandato sul Pnrr. Potremmo riassumere così il primo vero test del governo Meloni sull’economia. Secondo i dati del Documento di economia e finanza presentato ieri in Consiglio dei ministri l’Italia crescerà nel 2023 dell’1%; un bel salto rispetto al +0,6% calcolato lo scorso novembre.

Il rialzo si traduce in un tesoretto di circa tre miliardi, che a Palazzo Chigi non vogliono disperdere in mille rivoli ma impiegare in un solo progetto. Si era pensato di tradurlo in un ulteriore contributo per il taglio delle bollette o nel finanziamento della riforma fiscale, che dopo essere stata annunciata ha bisogno di qualche contributo per venire realizzata. L’idea infatti di ridurre le attuali quattro aliquote Irpef a tre entro il 2024 è costosa, e potrebbe non bastare ricorrere al taglio delle tax expenditures, anche perché in questo modo il vantaggio finale per i lavoratori dipendenti potrebbe essere praticamente nullo.

Ma c’è anche chi, i più prudenti, questi 3 miliardi vorrebbero addirittura “investirli” nel taglio del deficit per il prossimo anno, rinunciando così a qualche spesa ma mostrando all’Europa che l’esecutivo è intenzionato a tenere a bada i conti. Non proprio una cattiva idea considerando che nei prossimi mesi bisognerà decidere se e come riattivare il Patto di stabilità e che i paesi del Nord, Germania in testa, non vedono l’ora di usarlo per tenere a freno l’indebitamento dell’Italia.

Alla fine si è deciso di investirli in tagli per i redditi più bassi, soluzione che ha il merito di rivelare immediatamente i suoi benefici sui destinatari.

Tutto bene dunque? Non proprio. La credibilità di questo esecutivo non si misurerà certo sui 3 miliardi rosicchiati oggi, ma sui 235 messi in campo per l’Italia dal piano Next generation Eu che il nostro Paese non sembra ancora avere idea di come spendere. Purtroppo quando si parla di grandi riforme un orizzonte di tre anni (ricordiamo che i soldi del Pnrr vanno spesi entro il 2026) è poca cosa, soprattutto se a implementarle sarà una pubblica amministrazione malridotta come quella italiana, fatta di personale vecchio, demotivato e poco qualificato. Grave che il governo Conte non si sia posto subito il problema di rinnovare la Pa appena ottenuti i fondi europei nel 2021, grave che il governo Draghi non abbia fatto granché per ovviare al problema e grave che pure il governo Meloni abbia fin qui cincischiato. Così ci ritroviamo a quasi due anni dall’annuncio della concessione dei fondi e nulla l’Italia ha fatto per prepararsi a usarli.

È insomma alla luna del Pnrr che bisogna guardare, non al misero dito del Def, per giudicare le sorti di questo governo. A giudicare dalle loro dichiarazioni nel governo solo Giorgetti e il ministro degli Affari europei Raffaele Fitto si rendano conto della posta in gioco, mentre il resto della maggioranza pare non curarsene o peggio compiacersi nel vedere la Meloni – leader avversatissima dai suoi stessi alleati – in forte difficoltà. La leader di Fdi non può neanche sperare in un’opposizione costruttiva e disposta a collaborare per il bene del Paese; la Schlein sembra aver indirizzato il Pd verso un radicalismo studentesco del tutto privo di idee concrete in economia, mentre Conte è convinto che per resistere alla concorrenza di Elly l’unica soluzione sia estremizzare ancora di più le proprie posizioni.

L’unica sponda possibile resta quella di Mattarella, ma non si può chiedere al Quirinale di risolvere i problemi di Palazzo Chigi. Anche perché l’impressione è che in quel caso il capo dello Stato finirebbe per chiedere a sua volta consiglio al precedente inquilino di palazzo Chigi, mandato a casa in anticipo in nome – in teoria – del rinnovamento.

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