Caso Orlandi, chi vuole infangare Wojtyla e perché

venerdì, 14 Aprile 2023
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Hanno creato grande sconcerto e profonda indignazione nel mondo cattolico le rivelazioni di Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, la cittadina vaticana scomparsa nel nulla nel giugno del 1983 quando aveva quindici anni, e che hanno gettato forte discredito sulla figura di San Giovanni Paolo II.

Una premessa è doverosa: Pietro Orlandi ha tutto il diritto di conoscere la verità sulla scomparsa della sorella e sapere soprattutto che fine abbia fatto, e da questo punto di vista è senz’altro positiva la volontà del Vaticano di voler arrivare in fondo alla vicenda, dissipando le tante zone d’ombra. Ma ciò premesso, non è certo infangando la memoria di chi non c’è più, e non ha alcuna possibilità di difendersi, che si può pensare di ottenere verità e giustizia. Per giunta sporcando in maniera così grave la figura di un pontefice che la Chiesa ha riconosciuto santo, e che la stragrande maggioranza del popolo cattolico continua ancora ad amare e venerare.

Le nuove rivelazioni che Orlandi ha divulgato sui media, sembrano prendere in considerazione la pista della pedofilia, ma non come sosteneva padre Gabriele Amorth quella del giro degli alti prelati che organizzavano festini, ma addirittura lanciando il gravissimo sospetto che a macchiarsi di questo crimine orrendo sia stato lo stesso Wojtyla.

Il fratello di Emanuela ha reso noto il contenuto di un audio consegnato al promotore di giustizia vaticano Alessandro Diddi che ha riaperto il caso: a parlare sarebbe un uomo vicino alla Banda della Magliana, che avrebbe fatto riferimento a presunte devianze sessuali del pontefice polacco: l’uomo, di cui non viene fatto il nome, avrebbe aggiunto che sarebbe stato chiesto al boss Enrico De Pedis, alias ‘Renatino’, di eliminare le ragazze (ovvero Emanuela e Mirella Gregori l’altra quindicenne scomparsa e mai più trovata) che sarebbero state portate in Vaticano. “Mi dicono che Wojtyla ogni tanto la sera usciva con due monsignori polacchi e non andava certo a benedire le case” ha insinuato Orlandi in tv.

“Papa Giovanni Paolo II se le portava in Vaticano quelle, era una situazione insostenibile. E così il segretario di Stato a un certo punto è intervenuto decidendo di toglierle di mezzo. E si è rivolto a persone dell’ambiente carcerario”. E’ quanto riferito nell’audio incriminato che è stato diffuso parzialmente.

Dunque abbiamo un papa, Wojtyla, pedofilo seriale che nel tempo libero se ne andava pure a m….te con i monsignori, e un segretario di Stato, ovvero Agostino Casaroli, che avrebbe commissionato l’omicidio delle due adolescenti perché stanco di vederle entrare ed uscire dall’appartamento pontificio. Il quale Casaroli si sarebbe rivolto alla Banda della Magliana attraverso persone dell’ambiente carcerario, ovvero i cappellani di Casal di Marmo. Ci sono tutti gli elementi per imbastire un thriller a base di sesso, sangue e perché no, magari pure un po’ di droga (chissà, forse per darsi la carica il povero Wojtyla una sniffata ogni tanto se la sarà pure fatta), al cui confronto i romanzi di Dan Brown sono favole per bambini.

Ma è credibile una simile ricostruzione? Per altro sua eminenza Casaroli è stato tirato in ballo in passato da Ali Ağca pure quale mandante dell’attentato a Giovanni Paolo II, quindi dall’aldilà probabilmente non si stupirà più di tanto se adesso viene addirittura accusato di aver fatto sparire tanto la Orlandi che la Gregori.

Le dichiarazioni di Pietro Orlandi hanno provocato la dura reazione dell’arcivescovo emerito di Cracovia, già segretario particolare di Wojtyla, Stanislaw Dziwisz il quale in un comunicato ha scritto che «tali suddette insinuazioni si vorrebbero all’origine scaturite da inafferrabili ambienti della malavita romana, a cui viene ora assegnata una parvenza di pseudo-presentabilità. Un crimine gigantesco infatti è ciò che è stato fatto a Emanuela e alla sua famiglia, ma criminale è lucrare su di esso con farneticazioni incontrollabili, volte a screditare preventivamente persone e ambienti fino a prova contraria degni della stima universale». Il cardinale poi aggiunge: «Va da sé che il dolore incomprimibile di una famiglia che da 40 anni non ha notizie su una propria figlia meriti tutto il rispetto, tutta la premura, tutta la vicinanza. Ma in quanto segretario particolare del Papa Giovanni Paolo II posso testimoniare, senza il timore di smentite, che fin dal primo momento il Santo Padre si è fatto carico della vicenda, ha agito e fatto agire perché essa avesse un felice esito, mai ha incoraggiato azioni di qualsiasi occultamento, sempre ha manifestato affetto, prossimità, aiuto nei modi più diversi alla famiglia di Emanuela».

Ma come mai soltanto oggi vengono fuori queste rivelazioni? Per giunta a distanza di quasi vent’anni dalla morte di Wojtyla? E come mai improvvisamente dal Vaticano hanno sentito il bisogno di fare chiarezza su questa vicenda e, da quanto si è appreso per espressa volontà di papa Francesco, dopo dieci anni dalla sua elezione?

C’è’ chi fa notare una concomitanza interessante; la riapertura del caso Orlandi è stata annunciata pochi giorni dopo la morte di Benedetto XVI e mentre divampavano le polemiche per le dichiarazioni di monsignor Georg Gänswein e l’uscita del suo libro in cui riferiva retroscena inediti sui rapporti conflittuali fra Ratzinger e il suo successore. La notizia della riapertura del caso fu letta da più parti come la classica “operazione di distrazione di massa” per spostare l’attenzione dalle polemiche innescate dai ratzingeriani, anche perché si sa che in Italia annunciare la riapertura di un processo su un mistero irrisolto ha sempre prodotto un sicuro impatto a livello mediatico: tanto poi si può sempre risolvere tutto con l’ennesima archiviazione.

Quello che non si capisce è perché Pietro Orlandi abbia sentito il bisogno di andare in televisione a divulgare l’ennesima rivelazione bomba ad opera dell’ennesimo ex appartenente della Banda della Magliana, visto che fino ad oggi proprio da quel versante sono arrivate tante piste rivelatesi poi infondate (vedi ad esempio la storia delle ossa di Emanuela nascoste nella tomba di Renatino De Pedis nella cripta di Sant’Apollinare). Non sarebbe stato sufficiente consegnare quell’audio al promotore di giustizia e lasciare a lui il compito di indagare senza eccessivi clamori mediatici?

E allora, come non nutrire legittimi sospetti sulla tempistica di questo violento attacco nei confronti di Wojtyla, mentre crescono le voci sulle non buone condizioni di salute di papa Francesco e le manovre già in atto nei palazzi vaticani in vista di un conclave che molti considerano vicino? Si vocifera di manovre, incontri, conciliaboli fra porporati e prelati di orientamento conservatore ed altri vicini a Bergoglio per tessere già delle possibili alleanze sulla figura di un papa moderato che non sia troppo sensibile alle sirene moderniste, quelle per capirci che risuonano dal Sinodo tedesco. E Giovanni Paolo II, così come Benedetto XVI, sono stati i peggiori nemici dei modernisti, i papi che più di tutti si sono battuti per contrastare e arginare i tentativi di modernizzare la dottrina, il magistero e il catechismo, come stanno tentando di fare i vescovi tedeschi, chiedendo l’abolizione del celibato ecclesiastico, l’ordinazione delle donne prete, la benedizione delle coppie gay ecc.

I modernisti della cosiddetta “mafia di San Gallo” non hanno mai accettato la canonizzazione di Wojtyla (il cardinal Martini è andato pure davanti alla Congregazione delle Cause dei Santi deponendo contro) e oggi infangando la memoria del grande papa santo, pensano forse di spuntare le armi ai conservatori e ai progressisti moderati che proprio richiamandosi al magistero di San GPII, stanno contrastando e frenando le spinte ultra moderniste del Sinodo tedesco.

Non sarà che Pietro Orlandi, nel suo sacrosanto diritto di conoscere la verità sulla scomparsa della sorella, ha finito con il diventare suo malgrado strumento indiretto delle lotte interne al Vaticano? E il silenzio della Santa Sede di fronte alle gravi insinuazioni lanciate alla memoria di Wojtyla e del cardinal Casaroli come deve essere interpretato? Come un tacito assenso alle accuse? O come la prova che tali insinuazioni sono ritenute talmente infondate da non meritare di essere prese nemmeno in considerazione? Una cosa è certa. Speriamo che questa nuova inchiesta non si traduca nell’ennesimo buco nell’acqua ma contribuisca almeno a mettere fine a questo indecoroso circo di rivelazioni che tengono banco da quarant’anni, senza aver contribuito minimamente ad avere uno straccio di verità.

 

 

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