Se c’è una cosa più demenziale è quando si leggono le vicende della monarchia inglese e non solo, con lenti repubblicane.
Quello che pochi (tra intellettuali, politici e giornalisti) capiscono o non vogliono capire, è che si tratta di due culture istituzionali, di due filosofie dello Stato, radicalmente differenti, totalmente opposte. Incompatibili.
La Repubblica è incentrata sul primato dell’individualismo democratico, dove il senso del pubblico, come superiore e oggettivo rispetto alla collettività, è di sfondo (e infatti, si vedono i danni nel rapporto tra cittadini e rappresentanza; e lo stesso presidente viene apprezzato quando, pur essendo uomo di partito, eletto dai partiti, è per la parte monarchica, arbitrale, che riesce a esprimere, se ci riesce).
Mentre la monarchia è incentrata sull’impersonalismo tradizionale. Il sovrano, per definizione, incarna lo Stato, è la patria vivente; c’è una identificazione assoluta tra la sua persona fisica super partes e la sua persona spirituale (i costituzionalisti la chiamano “il corpo mistico”).
Tradotto, la mistica, la sacralità del potere che, nel caso della Gran Bretagna, è più forte di altre Corone, poiché Carlo III è sia capo di Stato, sia capo della religione anglicana.
Quindi, in parole povere, sir Mike Jackson, l’ex capo dell’esercito britannico, o è in mala fede (evidentemente un altro personaggio colto dalla “sindrome Harry”: deve vendere il suo libro), o non ha recepito nulla del lavoro che in tanti anni ha svolto al servizio di “Sua Maestà”.
Il fatto è noto: la regina Elisabetta II acconsentì a inviare Harry in Afghanistan come soldato, ma non William. Tradotto (secondo la vulgata “repubblicana”): non tutti i fratelli sono uguali. Apriti cielo, il principe ribelle può morire, l’altro no, tanto per confermare il suo vittimismo, alla base del distacco dalla monarchia, tra l’altro, un distacco ben remunerato da precise lobby e case editrici ostili, in primis, quelle targate Usa e da Rupert Murdoch, proprietario di diversi tabloid inglesi, noti per polemizzare con la dinastia Windsor.
Sentimento (il vittimismo stucchevole), alla Maria De Filippi o alla Barbara d’Urso, che trova sempre tanti adepti da noi.
E’ assolutamente normale che i principi, pur educati fin dalla nascita a diventare sovrani (scuole, università, accademie militari), non siano uguali. Il principe ereditario ha il privilegio di salire al trono, ma anche l’onere di dover essere più protetto, tutelato; deve obbligatoriamente scindere, separare il suo ego, i suoi interessi personali, dal suo mestiere. Prima della persona fisica c’è la figura di Stato-vivente.
Questa è la forza, ma anche il vulnus della monarchia. Specialmente quando qualche suo protagonista eccellente non comprende a pieno tale divisione.



