Partito unico del centrodestra, secondo il ministro della Difesa, Guido Crosetto, è venuto il momento di far nascere un nuovo, grande soggetto politico. Ma a stretto giro arriva lo stop di Giorgia Meloni: non se ne parla proprio, il cdx è bello così com’è, «plurale».
Perché Giorgia ha gelato il suo amico Guido, che pure l’ha tenuta in braccio (letteralmente) al momento della nascita di FdI? Per diversi motivi, che possono essere riassunti nella formula “squadra che vince non si cambia”. Il centrodestra attuale, animato da quattro partiti (FdI, Lega, FI, più i neocentristi di Maurizio Lupi), ha vinto le elezioni politiche e ha stravinto le elezioni regionali di Lombardia, Lazio e Friuli Venezia Giulia. Perché mai dovrebbe cambiare formula?
Il ragionamento di Crosetto non sarebbe però peregrino. L’implosione del Terzo Polo – ragiona il cofondatore di FdI – offre al centrodestra l’opportunità di fare da polo di attrazione per buona parte dell’elettorato terzopolista in via di dispersione. «Non c’è bisogno di un nuovo centro», dice Guido. «Fratelli d’Italia deve occupare, dimostrandosi sempre più aperto e inclusivo, anche il centro». Una tale operazione risulterebbe più facile, secondo il ministro della Difesa, se i soggetti del centrodestra si fondessero in un unico partito: «Questa maggioranza tutta intera potrebbe diventare un grande partito conservatore».
A suffragare la tesi di Crosetto ci sono diverse esperienze estere, in particolare quella del partito repubblicano americano e quella del partito conservatore britannico. Si tratta di grandi formazioni “plurali” che riescono a rappresentare diversi settori d’opinione e diverse ispirazioni ideologiche (dentro i repubblicani Usa c’è ad esempio tutto e il contrario di tutto). Un grande partito di massa è del resto garanzia di solidità e, per tale motivo, riesce a far convivere al proprio interno posizioni moderate e istanze radicali. Non è stata forse pluralissima la Democrazia cristiana? L’onnivora Balena Bianca ha dominato per quasi 50 anni la vita pubblica nazionale riunendo sotto la stessa casa radicali di sinistra come Dossetti, La Pira, Donat-Cattin e autentici reazionari come Scelba, Pella, Segni, fino alle contrapposizioni tra personaggi opposti come De Mita, Bodrato, Galloni, da una parte, e Andreotti, Cossiga, Forlani, dall’altra.
Come ragionamento non farebbe una piega, se non fosse per un particolare, tutt’altro che trascurabile: nella politica italiana, due più due non sempre fa quattro, anzi, diciamo che non lo fa quasi mai. Intendiamo dire che le fusioni tra partiti non danno mai il risultato sperato: la somma dei voti tra due o più partiti che si uniscono tende sempre ad essere inferiore a quella degli stessi partiti quando marciano divisi.
Diciamo, senza fare i conti della serva, che la politica italiana è fortemente identitaria. Nel nostro Paese, un partito non è solo un partito, cioè una formazioni politica che chiede il voto ai cittadini, ma qualcosa di più: è una sorta di casa e di famiglia, finanche un marchio antropologico. E questo nonostante l’avvento della società liquida e la fine delle ideologie. Per certi aspetti, proprio il tramonto delle “metanarrazioni” (per dirla con Jean-Francois Lyotard) rilancia il dato mitico-simbolico, caldo, a-razionale della politica. Proprio perché non credono più nei “grandi programmi” e nelle soluzioni “definitive”, molti elettori e simpatizzanti di destra o di sinistra tendono a identificarsi in una “storia” , in un passato, in un vissuto.
Gli elettori di FdI di storie, di passati, di vissuti in cui identificarsi ne hanno a bizzeffe. Perché dovrebbero silenziarli, magari per non urtare nuovi amici di partito che in quelle vicende non si riconoscono? Allo stesso modo, gli elettori di Forza Italia si identificano con la vicenda personale di Silvio Berlusconi, con le sue traversie, il suo perenne duello con i giudici, la sua eccezionalità, fatta di ricchezza, successi, feste, ville sontuose e anche, naturalmente, belle ragazze e “serate eleganti”. E fortemente identitario è anche il nocciolo duro della Lega, che ogni anno si riunisce a Pontida, rivivendo le storie del Carroccio e dei “lumbard”.
Va inoltre considerato un altro elemento, anch’esso non trascurabile: il processo di radicalizzazione della politica per effetto delle paure e delle delusioni dell’ultimo decennio. I ceti moderati si sono rattrappiti. Oggi il consenso non si ottiene sussurrando soluzioni ragionevoli, ma gridando parole forti. Va da sé che, quando poi si va al governo, bisogna per forza essere “moderati”. Ma l’esperienza della Meloni dimostra che si può assumere una postura rassicurante anche partendo da posizioni radicali.
Tutto questo Giorgia lo sa. Ed è per questo che, rispondendo a Crosetto, dice di essere «sempre stata convinta che la pluralità all’interno del centrodestra sia un arricchimento, più che un problema».
E poi, se vogliamo proprio dirla tutta, c’è stata l’esperienza fallimentare del Popolo della Libertà, il partito unico del centrodestra vissuto appena quattro anni, tra il 2009 e il 2013. Proprio la nascita di Fratelli d’Italia da una costola di questo stesso partito ha dimostrato che le fusioni a freddo non funzionano.
Sarebbe a dir poco paradossale se Giorgia Meloni riproponesse l’esperienza dalla quale si è, con tanto successo, distaccata.



