Manca poco al 25 aprile e il clima che ormai si è creato è di totale e irrimediabile scontro tra opposte tifoserie. Guarda caso, da quando abbiamo un governo eletto dal popolo, non più espressione di salotti o magheggi partoriti dall’alto e, particolare non da poco, un governo di destra, la sinistra, a corto di idee, programmi e classe dirigente degna di nota, ha riproposto l’antifascismo come mantra, come unico collante per tenere in piedi capra e cavoli. Capra politica e cavoli di coalizione.
Non c’è infatti, dichiarazione, scelta, legge, decreto, da parte degli esponenti di Fdi, Lega e pure qualcuno di Fi, che non evochi lo spettro di Mussolini, del nazismo, delle complicità e collusioni col passato.
Ed ecco che parole come sovranità alimentare, natalità, etno-sostituzione, caccia agli scafisti, blocco navale, made in Italy, merito; termini di assoluto buon senso, reintrodotti legittimamente dall’esecutivo (incompatibili con il pensiero unico liberal, radical), suonano come il segno del Ventennio redivivo: modello-oro alla patria, figli alla patria, nazionalismo, egoismo, guerre, nuove-vecchie discriminazioni.
Addirittura il viaggio nel Corno d’Africa della Meloni si è trasformato nel pretesto, non per approfondire il “piano Mattei”, ma per dover chiedere scusa a causa dei danni provocati dell’impero. Insomma, un’analisi del sangue di antifascismo quotidiano cui non sfugge nessuno, specialmente se chi ricopre incarichi di responsabilità si mette a fare il gambero, chiede scusa, o si fa dettare l’agenda dalla sinistra. Un’agenda che ovviamente, il prossimo 25 aprile sarà scritta completamente da Pd, Anpi, grillini, Cgil e comitati vari.
Guai a formulare discorsi politicamente scorretti, tipo le foibe, la Resistenza che ha visto tra i protagonisti pure i liberali, i cattolici, i monarchici e che i comunisti si battevano non per un regime liberale, per la libertà come la intendiamo noi ora, ma per un’altra dittatura e svendendo pure pezzi di sovranità italiana a Tito (altro che indipendenza nazionale).
Con la Schlein l’antifascismo si è perfino radicalizzato, in una specie di “nuovi anni Settanta”.
Eppure c’è stato un tempo diverso. Quando il Pci mirava a moderare, smussare l’antifascismo, nel nome di una vera compiuta pacificazione nazionale. Mi riferisco al percorso intrapreso da Togliatti, Pajetta, Longo, di apertura verso i “fascisti di sinistra della Rsi” e, sul versante opposto, dai repubblichini che, figli del “fascismo-movimento” (antiborghesi, anticapitalisti, anti-Usa), ritenevano il “fascismo-regime” una iattura, il simbolo del tradimento reazionario, clericale, monarchico, conservatore, liberale. E che nel dopoguerra, anziché guardare a destra, al Msi di Michelini e Almirante (per loro, era la mera riedizione del “fascismo-regime”, ancora colluso con gli americani, la Chiesa i monarchici, le plutocrazie, il sistema borghese, il capitalismo), trasmigrarono a sinistra, verso la Cgil e il Pci, ritenendo di dover ancora combattere, da non pentiti (ma traditi) per “una Repubblica mazziniana, sociale, socialista” (con al centro la socializzazione, il corporativismo).
Sto parlando dei fascisti “rossi” o altrimenti detti di “sinistra nazionale” (dal libro di Paolo Buchignani), che hanno gravitato intorno alla rivista “Pensiero nazionale”, che ha cessato le pubblicazioni solo nel 1977, diretta da Stanis Ruinas e che ha visto redattori e collaboratori del calibro di Lando Dell’Amico, Giorgio Pini, molti intellettuali, registi, artisti, e militanti del Msi a disagio nella Fiamma tricolore, considerato un partito moderato, atlantista, e collaborazionista della Dc (essendo loro di destra sociale); uomini, giovani, sempre in procinto di lasciarlo o di farsi espellere per “incompatibilità”. Una rivista che raggiunse circa 20mila lettori, espressione di due milioni di “ex-fascisti”, come tenevano a precisare, ma non di “neo-fascisti”.
Sorpresa, scandalo, storia più complessa di come la si racconta? Sta di fatto che l’abbraccio reale di tanti illusi e traditi dal fascismo (pure quelli che non hanno mai abiurato), comincia prima del secondo dopoguerra.
Comincia con l’appello “ai compagni in camicia nera”, vergato da Togliatti nel 1936, in cui si dice esplicitamente che “bisognava fare nostro (del Pci) il programma sansepolcrista dei Fasci italiani di combattimento del 1919” (che proponeva le otto ore lavorative giornaliere, la socializzazione, la partecipazione dei lavoratori nelle aziende, lo Stato del lavoro, il suffragio universale, le nazionalizzazioni etc).
Prosegue con l’amnistia concessa dal ministro guardasigilli Togliatti nel 1946 ai fascisti. E trova la sua certificazione nell’intervista rilasciata dal leader alla “Repubblica d’Italia” il 14 agosto 1947. Il Migliore manifestò apertamente “la nostra simpatia per quegli ex fascisti, giovani e adulti, che sotto il passato regime, appartenevano a quella corrente in cui si sentiva l’ansia per la scoperta di nuovi orizzonti sociali”, riconoscendo addirittura “l’originalità di alcune correnti culturali del Ventennio”.
Un abbraccio che si tradusse in aiuti concreti (sovvenzioni) da parte del Pci al “Pensiero nazionale”, organo dei fascisti “rossi” (Botteghe Oscure dove il direttore Stanis Ruinas era di casa, ricevuto molte volte da Pajetta).
Certo, non tutto funzionò come da propositi aurei. Sicuramente la rivista, con operazione politica annessa, servì a evitare che milioni di fascisti votassero Msi e si collocassero nell’area di centro-destra. Né mancarono malumori da parte degli ex-repubblichini, che criticavano il Pci sia per l’adesione del 1944 al governo del Regno del Sud (insieme ai monarchici, badogliani e alleati degli anglo-americani), sia per la partecipazione al governo ciellenistico dal 1946 al 47, insieme a Dc, liberali e socialisti; “un esecutivo borghese, liberale, capitalistico, filo-Usa”.
La parabola di Pensiero nazionale, con l’evolversi del quadro politico italiano, va ricordato, si conclude con posizioni filo-arabe e vicine alle strategie nazionalizzatrici di Mattei.
Ma almeno è stata il laboratorio di un superamento di quegli “anti” che oggi vengono riproposti, nel peggiore dei modi.



