Le cronache di disastri annunciati e sistematicamente ignorati hanno riempito la storia italiana dal secondo dopoguerra a oggi. Le alluvioni che stanno devastando l’Emilia Romagna non sono altro che l’ultimo episodio luttuoso di una serie di eventi meteorologici estremi, che hanno messo in ginocchio l’ex Belpaese, il quale conta, secondo gli ultimi dati dell’Ispra (l’Istituto per la protezione e la ricerca ambientale), 9 comuni su 10 a rischio di frane, alluvioni o erosione costiera. Se a questo si aggiunge il costante e scellerato consumo di suolo si capisce quanto l’Italia si sia trasformata in un fragile lembo di terra nel bel mezzo del Mediterraneo.
Certo, l’Emilia Romagna è stata travolta da eventi di violenza eccezionale per le quali è impossibile addossare responsabilità a chicchessia, ma il problema è che non si tratta più di accadimenti rari. Soltanto sei mesi fa, a novembre, nella piccola Casamicciola, uno dei comuni di Ischia, si contavano morti e danni causati da una gigantesca frana. In quel caso non mancarono polemiche, anche feroci, intorno alla speculazione edilizia che aveva interessato a più riprese molte frazioni dell’isola.
L’Ispra sottolinea che circa un milione e mezzo di abitanti sono a rischio frane e 6,8 milioni di abitanti a rischio alluvioni. Le regioni con i valori più elevati di popolazione a rischio frane e alluvioni sono Emilia-Romagna, Toscana, Campania, Veneto, Lombardia e Liguria. Le famiglie a rischio sono quasi 548mila per frane e oltre 2,9 milioni per alluvioni. Su un totale di oltre 14,5 milioni di edifici, quelli ubicati in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata sono oltre 565mila, quelli ubicati in aree inondabili nello scenario medio sono oltre 1,5 milioni.
La delicatezza della nostra penisola è un fatto acclarato. Da anni il dissesto idrogeologico costituisce un tema di particolare rilevanza a causa degli impatti su popolazione, ambiente, infrastrutture di comunicazione e sul tessuto economico e produttivo. Alla naturale propensione del territorio al dissesto, legata alle sue caratteristiche meteo-climatiche, topografiche, morfologiche e geologiche, si aggiunge il fatto che l’Italia è un paese fortemente antropizzato. L’incremento delle aree urbanizzate, a partire dalla seconda metà degli anni ’50, si è materializzato con le spettacolari colate di cemento armato e “meno armato” da Nord a Sud, spesso col consenso miope o illegale di una certa politica che ha portato a un considerevole aumento degli elementi a rischio, ovvero beni e persone in aree soggette a pericolosità. Così col tempo è nata anche una forma di edilizia “creativa” capace di costruire immobili e villette sulle spiagge, in riva ai fiumi, sui costoni, in zone verdi pedemontane, mentre veniva meno la messa in sicurezza del territorio.
Le superfici artificiali, aggiunge l’Ispra, sono passate infatti dal 2,7% negli anni ‘50 al 7,11% del 2020 e nel frattempo l’abbandono delle aree rurali montane e collinari ha determinato un mancato presidio e manutenzione del territorio. I cambiamenti climatici stanno inoltre determinando un aumento della frequenza dei temporali intensi e, come conseguenza, un aumento della frequenza delle frane superficiali, delle colate di detriti e delle piene rapide e improvvise.
In Italia il grande slancio alla pianificazione territoriale si ebbe in seguito alla drammatica frana di Sarno del maggio del 1998. Il conseguente decreto del governo impegnava gli enti locali a circoscrivere le aree a elevata rischiosità per le quali applicare i vincoli di inedificabilità. Dopo Sarno, sono stati redatti Piani di assetto idrogeologico dalle Autorità di bacino, che hanno classificato le zone a rischio per pericolosità crescente.
A questo punto, si può elaborare un piano nazionale per la salvaguardia del territorio? In realtà il problema è più complesso. Il territorio evolve, alla mitigazione del rischio contribuiscono una serie di strategie quali le attività conoscitive, il monitoraggio continuo dei dati, l’assetto idrogeologico, l’aggiornamento delle mappe e dei nuovi fenomeni. Quindi si procede con la pianificazione territoriale, la realizzazione di interventi strutturali di messa in sicurezza e consolidamento delle zone più bisognose, l’osservazione costante dello spostamento delle faglie, le attività di preparazione per le eventuali emergenze, la divulgazione ai cittadini sui rischi del proprio territorio. Ergo, la difesa del suolo dovrebbe essere una priorità quotidiana, non un’emergenza da affrontare all’indomani dell’ennesimo disastro. Basti pensare che a oggi il fabbisogno per la mitigazione del rischio ammonta a ben 26 miliardi di euro. Prevenire costerebbe molto, ma molto di meno.



