Berlusconi. Dopo i suoi funerali, i funerali delle opposte tifoserie giornalistiche. Leggiamo i titoli

venerdì, 16 Giugno 2023
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Basta leggere i giornali di giovedì per rendersi conto che il circo mediatico, ancora ripartito in guelfi e ghibellini, in “pro” e “contro” Silvio, al di là del proclamato finto dinamismo, della asserita velocità e liquidità della cronaca, rappresenta invece tristemente, una realtà destinata a restare immobile, quasi eterna.

E viene anche il sospetto che tutto sia prestabilito, pianificato a tavolino. Non solo dagli editori, che rispondono, come noto, specialmente da noi, ai poteri economici, imprenditoriali, finanziari, bancari. Con la storica complicità dei politici (loro diretti referenti), che hanno bisogno geneticamente e strutturalmente delle divisioni, delle opposte tifoserie per raccogliere voti, aumentare, recuperare o consolidare il consenso.

Pensiamo un attimo a un mondo diverso, alla rovescia: destra e sinistra che vanno d’accordo, istituzioni amate proprio per il loro pluralismo e capacità di incarnare il bene comune, l’unità nazionale. Delle due l’una: o si tornerebbe al centro di gravità permanente tipo-dc, o a un grande, trasversale inciucio ipocrita, degno della peggiore fiction: il politicamente corretto.
Ad esempio, che senso e significato dare ai pentimenti postumi modello-elogio funebre, sciorinati in diretta tv da Mentana o addirittura dall’associazione magistrati che ha braccato giudiziariamente Silvio in vita? O si tratta di un pentimento cristiano o del riconoscimento sempre tardivo che qualche cosa di buono il Cavaliere ha fatto.
E allora, la conclusione è che la contrapposizione, lo scontro, l’odio, erano falsi.

Ma è nel nome di questa falsità che poi si sono create e si creano le opinioni, le certezze del popolo-sovrano (del nulla), i luoghi comuni che durano, le ideologie, le guerre civili.
Gli Anni di Piombo, sono o non sono stati il simbolo di una follia collettiva? Di un’alterazione generazionale che conveniva al potere unicamente per legittimarsi e compattarsi?

Vediamo dunque, i titoli relativi al funerale di Silvio Berlusconi. Il Tempo (posizione mediana, di destra moderata): “Buon viaggio” (concetto meccanico-trascendente); il Corriere della sera (il lato moderato del partitone anti-Silvio che ha nella Repubblica e nella Stampa gli spadaccini giacobini): “Berlusconi, applauso d’addio”. Cosa vuol dire? Semplice: di spettacolo è vissuto, di spettacolo è morto. Un giudizio formalmente ironico, sostanzialmente demonizzante. Tradotto: la sua vita è stata una fuffa.
Ma sull’interpretazione antropologica le squadre mediatiche hanno dato il peggio o il meglio di loro. Libero ha parlato di popolo berlusconiamo, come dell’”Italia migliore”.

Naturalmente, Il Fatto Quotidiano, capo-fila del partito anti-Arcore, ha considerato la gente accorsa in piazza Duomo “la parte peggiore dell’Italia”. E come ha titolato Robespierre-Travaglio? “Trapassato remoto”. Una bocciatura in vita e oltre la morte (un cadavere umano, politico, culturale), evidenziando il flop (non vero) della piazza: “Non si riempie e poi mancano i big mondiali”.

Stessa lunghezza d’onda “travaglina”, con aggiunta moralista, l’omelia pronunciata dall’arcivescovo di Milano Delpini, che lo ha giudicato senza misericordia, dicendo che “ora l’uomo degli eccessi, sarà davanti a Dio”. Quella misericordia che, al contrario, una certa Chiesa bergogliana sparge a piene mani nei confronti di peccatori vari, poveri del mondo, migranti che sbagliano, che uccidono, omosessuali che comprano i bambini con l’utero in affitto etc.

La Repubblica è sembrata cambiare argomento. Invece, non ha mollato l’osso, si è posta solo in avanti: “Meloni, lutto e potere”, con sottotitoli concentrati sulle manovre editoriali, gli appetiti di Cairo e la resistenza aziendale di Pier Silvio.

Enigmatico il titolo de La Stampa: “Era un uomo”. Pare un’affermazione scontata, banale. Ma è una sentenza “religiosa” che lo riduce, riporta alla mediocrità, togliendogli quell’aura di superuomo, vincente, solare, ricco, potente, vitalistico che tanto psicologicamente ha dato fastidio al Dna della sinistra, basato su una irriducibile proiezione mentale: l’invidia sociale, molla della lotta di classe.
Chiudiamo la rassegna con la Verità (tanto per riequilibrare la sentenza morale della sinistra): “Un borghese grande grande”. Bilanciamento “liberale”, parafrasando il film di Sordi.

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