Golpe Wagner. Per ora hanno vinto in due, poi ne resterà uno solo. Leggere per credere

martedì, 27 Giugno 2023
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I fatti si giudicano dagli effetti, non dalle cause. Se per ogni analisi politica, culturale, scientifica, geopolitica, economica, partiamo sempre dalle cause (spesso ipotizzate e definite a tavolino), rischiamo di perderci in congetture ideologiche, pregiudizi, visioni di parte o “comprate” dall’alto.

Ogni “guerra” infatti, ma non solo (ad esempio, pure le campagne pro-euro, pro-vaccini, pro-Green), è un mix di propaganda e narrazione da pensiero unico; alimento obbligato con cui si eterodirigono i popoli. Difficile, estremamente complicato e complesso, individuare e risalire alla verità.

E il cosiddetto golpe (senza sangue e opposizione convinta) della Wagner va giudicato, almeno al momento, e se non ci sarà una lunga sfilza di morti e avvelenamenti “sospetti”, dagli effetti.
E quali sono questi effetti? Su questo condivido le riflessioni del direttore della rivista “Analisi-Difesa” Gianandrea Gaiani e di Toni Capuozzo. Le prime più assertive, le seconde più morbide. Convergenti nella sostanza.

Facciamo qualche foto: Evgeny Prigozhin, sulla carta sparito, forte dei 44 milioni di euro ottenuti, si è rintanato in Bielorussia. Una sorta di “lasciapassare istituzionale” che prefigura un accordo con lo stesso Putin che, come la Cia, era assolutamente a conoscenza delle sue intenzioni.
Ora potrà riorganizzare le sue milizie private a soli 100 chilometri da Kiev, in un Paese che ha pure un arsenale nucleare. Ha lasciato Rostov sostituito dai ceceni che sono l’altra ala del lavoro sporco ed efficace della Federazione russa in terra di Ucraina conquistata e ha evitato di finire irreggimentato nell’esercito regolare di Mosca, sotto il comando degli odiati Valerij Gerasimov, capo di Stato maggiore e di Sergei Shoigu, ministro della Difesa che il capo della Wagner voleva rimuovere.
Inoltre, ha fatto un grande favore al dittatore alquanto instabile Alexander Lukashenko, alle prese con una irriducibile opposizione interna, foraggiata dall’Occidente e dagli Usa.

Prigozhin ora, potrà addirittura combattere con maggiore virulenza Zelensky la cui offensiva langue, oppure decidere di delocalizzarsi, decentrarsi in Africa dove lo aspettano contratti miliardari e forse interessi superiori in prospettiva.

E Putin (altre foto), al contrario delle versioni che stanno passando da noi, grazie a tv e commentatori schierati, di fatto si è rafforzato.
Si è tolto qualche sassolino dalle scarpe contro i suoi generaloni inefficaci e troppo imborghesiti, e si è ritagliato il ruolo di male minore per l’Europa e la stabilità mondiale. Ecco la paura globale: pensate a un arsenale nucleare nelle mani di personaggi ambigui, egocentrici e molto più pericolosi.
Per una volta, dall’invasione dell’Ucraina, la stabilità dell’autocrate, della Federazione russa e di chi sta dalla parte di Zelensky, hanno coinciso.
Anche perché un golpe, pur se finanziato o rientrante nell’orbita degli obiettivi Usa e di Bruxelles, non avrebbe ricondotto Mosca a un modello più occidentale, liberale o più annacquato (modello Eltsin), ma ad una svolta molto più nazionalista ed estremista. E questo Biden l’ha capito subito (si veda la prudenza che ha manifestato fin dall’inizio della marcia dei blindati e delle camionette su Mosca).

Interessanti ed emblematiche, ancora una volta, le prime dichiarazioni della Cina. Tutte dalla parte di Putin.
Conclusione? Una sceneggiata, un abile gioco delle parti, una mediazione in puro stile stalinista? Una resa dei conti finita bene per i contendenti? Pure qui giudichiamo dagli effetti: gli applausi del popolo verso la Wagner, ma non contro lo zar.
E se Prigozhin sparirà dalla faccia della terra, Putin reggerà.

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