“Il presidente russo Vladimir Putin può contare sul sostegno della Cina dopo la rivolta ‘parziale’ dei mercenari della Wagner guidati da Yevgheny Prigozhin”, queste le parole con le quali Pechino ha espresso sostegno alle misure poste in essere da Putin al fine di stabilizzare il Paese dopo gli eventi che hanno contraddistinto gli ultimi giorni.
Nonostante l’apparente entusiasmo con cui è stata diffusa questa nota al termine degli incontri bilaterali del 25 giugno scorso tra il ministro degli Esteri cinese, Qin Gang ed il vice ministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko, in Cina sembra essersi radicalizzata una divergenza di vedute tra gli intellettuali sulla convenienza di riconfermare le posizioni a favore di Mosca.
Per Zhao Huasheng, uno dei più rinomati esperti di Russia in Cina, i due Paesi sarebbero “come due metà del cielo per la reciproca sicurezza e sviluppo”: mentre la grande pressione internazionale arriverebbe dall’Occidente e dal mare, il lungo confine con la Russia è uno spazio verde che consente a Pechino di ritenersi “con le spalle coperte”.
In quest’ottica i recenti accadimenti legati al tentativo di ribellione della Wagner rappresenterebbero un rischio di instabilità, non solo per Mosca, ma per tutte le potenze adiacenti, non ultima la Repubblica Popolare Cinese.
Altri studiosi in Cina sottolineano l’importante ruolo della Russia nell’aiutare Pechino a raggiungere alcuni dei più ampi obiettivi economici e finanziari, come l’internazionalizzazione dello Yuan, il tentativo di ridurre la dipendenza della Cina dall’attuale sistema finanziario dominato dai server occidentali e, più in generale, collaborare con lo scopo di consentire e velocizzare l’avvento di un nuovo ordine internazionale.
Per il ricercatore Zhao Long, al contrario, gli obiettivi russi e quelli cinesi non andrebbero necessariamente visti come convergenti: mentre infatti la Cina sembra propendere per un’attenta riforma dell’attuale ordine mondiale, la Russia auspicherebbe invece ad una sua completa disintegrazione. Nonostante Mosca appaia critica verso lo status quo, la sua leadership non avrebbe tuttavia mai dimostrato di aver concettualizzato in maniera chiara un’alternativa efficace.
Per Feng Yujun, direttore del “Centro per gli studi russi e dell’Asia Centrale” dell’Università di Fudan, la logica imperiale alla base del rifiuto russo di riconoscere la piena autonomia territoriale dell’Ucraina, in quanto entità nazionale, e della pretesa di ridisegnarne i confini è quantomeno allarmante. In un suo scritto ha definito la leadership russa come “affetta da un complesso di superiorità e conservatorismo”, riferendosi a Putin come “una bolla discorsiva vuota”.
L’economista cinese Xu Mingqi sottolinea invece le ripercussioni ampiamente negative del conflitto militare tra Russia e Ucraina, definendosi incapace di scorgerne possibili benefici per la Cina. Secondo l’economista, infatti, il conflitto penalizzerebbe gli interessi di Pechino sotto tre profili distinti: in primo luogo la guerra avrebbe ostacolato la ripresa post pandemica dell’economia mondiale, alimentando in secondo luogo la tendenza ideologica alla deglobalizzazione e minacciando fortemente, infine, la governance economica globale.
Per Yan Xuetong, esperto di relazioni internazionali, il rifiuto della Cina di condannare apertamente la Russia l’avrebbe posta in una condizione di forte imbarazzo nelle relazioni con alcuni dei suoi vicini, allontanandosi da molte altre nazioni, soprattutto ad Occidente.
La posizione del governo cinese rimasta sospesa tra queste differenti visioni, da un lato la non aperta condanna della guerra in Ucraina e il rafforzamento dell’interscambio economico con la Russia, dall’altro il non riconoscimento delle annessioni russe, avrebbe provocato non poca confusione e diffidenza nei riguardi di Pechino.
A prescindere dai diversi punti di vista sulla qualità delle relazioni russo cinesi, emergono alcune riflessioni riguardanti la reazione della RPC dinanzi al recente tentativo di “putsch”.
Prima tra tutte la difficoltà di inquadrare una milizia di mercenari alle dipendenze semidirette dello Stato. In Cina, infatti, il controllo dell’esercito è fortemente centralizzato e questo gli conferisce una certa forza e unità d’azione.
È tuttavia ormai noto il ruolo rilevante che le truppe della Wagner hanno svolto sin ora in contesti esteri per conto di Mosca, e cresce la consapevolezza che pur potendo fare a meno di Prigozhin, Mosca non possa fare a meno della Wagner.
Un altro punto che contraddistingue l’approccio cinese alla complessa questione interna russa è che, come descrive il prof. Joseph Webster, Pechino “probabilmente osserverà gli eventi, piuttosto che tentare di plasmarli”. Sono troppi, infatti, i rischi che occorrerebbero qualora si aiutasse apertamente Putin, magari condividendo informazioni di intelligence, ammettendo dunque di spiare la Russia e creando base per eventuali ulteriori tensioni con Prigozhin.
Ad ogni modo Pechino è ormai consapevole che il regime russo col quale tratta quotidianamente, con il quale firma accordi e con il quale avvia scambi commerciali, sta attraversando una fase critica e, pertanto, la sua affidabilità è notevolmente ridimensionata.
Questi elementi porterranno ad un aumento delle diffidenze verso Mosca, o ad una revisione a proprio vantaggio delle relazioni bilaterali?
La cessione a favore della RPC della gestione del porto di Vladivostok, il più importante porto russo dell’Estremo Oriente, suggerirebbe quest’ultima opzione.
In conclusione, gli ultimi avvenimenti che hanno caratterizzato l’attività bellica e le vicende interne sembrerebbero riconfermare l’incapacità russa di trasformarsi in un Paese stabile e pienamente democratico.
Resta da vedere se il “Dragone” cinese riconfermerà la sua disponibilità a supportare il vicino “Gigante dai piedi d’argilla” russo o, per difendere i propri, spiccherà il volo, magari verso Occidente, qualora lo dovesse ritenere più vantaggioso.



