Dopo la partnership con la Russia sull’energia e la scelta della Cina come partner economico privilegiato, un altro pezzo importante dell’eredità politica di Angela Merkel finisce in soffitta. Parliamo della lotta a favore dell’ambiente, in nome della quale l’ex cancelliera aveva deciso di rinunciare alle centrali nucleari (che in teoria producono energia pulita, ma lasciamo perdere) e aveva poi fatto approvare un corposo Patto per il clima, che in teoria rappresentava la sua eredità nei confronti dei giovani, la generazione Greta, per intenderci.
La legge, approvata nel 2019, era stata rivista una prima volta nel 2021 per renderla più sostenibile dal punto di vista economico, perché le limitazioni all’inquinamento, si sa, non vanno molto d’accordo con il mantenimento degli obiettivi sul PIL, ai quali i tedeschi, anche i più ambientalisti, tengono sopra ogni cosa. E oggi, a neanche quattro anni dalla sua approvazione, è stata praticamente demolita con una modifica che elimina una serie di obblighi sulle emissioni di CO2 nei singoli settori dell’economia (edilizia, agricoltura, industria, smaltimento rifiuti).
La decisione è stata presa dalla sempre più arlecchinesca maggioranza semaforo perché si è scoperto che alcuni ministeri responsabili dei vari settori non sarebbero mai stati in grado di osservare i tetti imposti dalla legge. Così, come d’abitudine a Berlino, per non doversi trovare a infrangere la legge si è deciso di cambiarla, allungando tempi e modalità di rispetto dei limiti. Il tetto complessivo è rimasto lo stesso, ma senza limiti imposti ai singoli ministeri; così se qualcuno inquinerà meno del previsto potrà “passare” le sue tonnellate di CO2 in meno al collega meno virtuoso.
Inutile aggiungere che in questo modo sarà molto più difficile raggiungere l’obiettivo, che Berlino ancora sostiene di voler rispettare, di ridurre entro il 2030 del 65% le emissioni di gas serra rispetto al 1990. Questa decisione non dovrebbe portare grandi stravolgimenti nel resto d’Europa, perché i limiti che la Germania si era autoimposta non erano stati copiati quasi da nessun altro; persino l’Unione europea, solitamente massimalista sul tema, aveva deciso di evitare l’introduzione di tetti precisi per i singoli Stati all’interno della sua discussa direttiva sul clima.
Di sicuro, però, la marcia indietro della più grande economia del continente renderà più difficile la vita degli ambientalisti, che hanno già notato un cambiamento di atteggiamento molto evidente rispetto all’arrendevolezza dell’era Merkel. Risale a qualche settimana fa la decisione di fare irruzione in sette sedi del movimento locale di Ultima generazione con la pesante accusa di ‘formare o sostenere un’organizzazione criminale’. Una decisione che ha causato un conflitto addirittura con l’ONU, il cui portavoce Stephane Dujarric ha detto: “Gli attivisti per il clima, guidati dalla voce morale dei giovani, hanno continuato a perseguire i loro obiettivi anche nei giorni più bui. Devono essere protetti e abbiamo bisogno di loro ora più che mai”. Scholz si è limitato a ignorarlo, preparandosi a smontare l’ennesimo mattone della Germania costruito dalla Merkel, un edificio che sembra sempre più sul punto di crollare.



