Strage di Via D’Amelio. Le tante zone grigie: delle istituzioni, della sinistra e della destra

giovedì, 20 Luglio 2023
3 minuti di lettura

Le celebrazioni legate alle ricorrenze più nefaste della nostra storia (mafia, terrorismo, stragi, colpi di Stato etc), e non solo, pure quelle ammantate di gloria (il 2 giugno, il 25 aprile, il 1 maggio), non sfuggono mai a un mantra stucchevole e controproducente: la retorica, figlia della strumentalizzazione politica che poi, facendo il paio col progressivo processo di smemoramento collettivo degli italiani, dà come risultato le scene pietose cui assistiamo in tv (o nei dibattiti in ogni rete), e l’incapacità da parte di chi cerca ancora di ragionare, di tirare qualche filo, conservando una minima capacità critica.

Per quanto riguarda il 31ensimo anniversario della strage di via D’Amelio, partiamo dalla fine. Il capo dello Stato Sergio Mattarella ha parlato di “zone grigie”, esponendosi al massimo di come una figura istituzionale possa fare, ribadendo però, di fatto, un vulnus intimo della Repubblica: queste zone grigie sono state mai veramente combattute, sconfitte? Sono tuttora operanti? L’impressione che si ha è che dopo una fase di relativo arretramento criminale, dovuto “ai successi” di Falcone e Borsellino, che lo stesso presidente ha richiamato nel suo intervento, nonostante gli arresti con molte “anomalie” di Totò Riina e Matteo Messina Denaro, si siano riorganizzate.

Ci riferiamo ai patti sotterranei, alle camere stagne, agli anelli di congiunzione tra potere, servizi, certa politica, economia e certi settori deviati dello Stato. Ci riferiamo alla famosa valigia di Borsellino avvolta nel mistero: subito prelevata dopo l’attentato, ritrovata ovviamente svuotata dei suoi contenuti e nuovamente sparita e ancora ritrovata. Non dimentichiamo che Falcone e Borsellino, come detto, riuscirono a unire, omogeneizzare i reati relativi alla mafia e a individuare i rapporti stretti tra la mafia, le banche, le finanze, la politica e le istituzioni.
Un capitolo lasciato vuoto che nemmeno la recente sentenza che ha negato l’esistenza di un patto inconfessabile tra Stato e mafia, potrà mai cancellare.

Un’altra zona grigia è l’atteggiamento che la famiglia Borsellino ha sempre assunto dopo la morte del giudice Paolo. Non ha mai partecipato alle sfilate, ai cortei, alle commemorazioni ufficiali. Non è una forte delegittimazione dello Stato? Non è un messaggio ben preciso rivolto alla politica? Ed è pure comprensibile: fino a quando non si farà chiarezza sulla morte del giudice, sui mandanti e le ragioni, almeno il dissenso privato resterà una denuncia assordante.

Per la famiglia Borsellino, evidentemente, tra chi marcia, chi specula, c’è chi continua fastidiosamente il solco dei professionisti di sinistra dell’antimafia, o dei complici, contigui, o indifferenti al male di allora, che oggi si sbracciano e sperticano in facili dichiarazioni e polemiche a costo zero.
Del resto, il fratello di Paolo, Salvatore Borsellino, proprio alla vigilia di questo 19 luglio, ha rincarato la dose: “Non vogliamo che ci siano avvoltoi in via D’Amelio, ipocriti che portino corone e onori fasulli”. Attualizzando la polemica famigliare: “Le esternazioni del ministro Nordio, al di là del loro esito, hanno mostrato la volontà di demolire la legislazione pensata da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per dare gli strumenti necessari a combattere la criminalità organizzata. Non deve essere consentito”.

Ecco uno dei tanti punti, oltre la retorica e le strumentalizzazioni politiche: la politica che non solo 31 anni fa si è voltata dall’altra parte, con esponenti addirittura burattinai o collusi con la mafia, sembrerebbe addirittura impegnata a smontare il castello giuridico faticosamente costruito da Falcone e Borsellino. E lo fa proprio la destra, quella destra diventata di governo grazie alla lotta contro la criminalità organizzata, grazie a Tangentopoli?

La terza zona grigia, infatti, è la postura di Palazzo Chigi. La premier, la cui discesa in campo è maturata, per sua ammissione, dopo l’eccidio di via D’Amelio, è corsa ai ripari, ricucendo lo strappo di Nordio, giustificando tra l’altro, l’assenza alla fiaccolata, subito utilizzata dalla sinistra per puntare sulle contraddizioni interne all’esecutivo: la Meloni, secondo la Schlein e Conte, avrebbe avuto paura di affrontare la piazza. Una piazza siciliana ostile.

Parole su cui si è soffermata la Meloni nella sua visita lampo ieri a Palermo. La mattina, parlando con i giornalisti in prefettura, dopo un comitato sull’ordine pubblico, ha tuonato: “Io non scappo mai. Solo i mafiosi potrebbero contestarmi. Ho letto cose non vere, non partecipo alla fiaccolata solo perché ho preferito gli appuntamenti istituzionali. La battaglia contro la mafia si può vincere, l’esempio di Falcone e Borsellino mi ha spinto a fare politica”. E incalzata dalle accuse di Salvatore Borsellino (“Se avrò modo di incontrare la premier Giorgia Meloni, le vorrei chiedere come si concilia il suo entrare in politica dopo la strage di via D’Amelio e la morte di Paolo Borsellino e le esternazioni di un suo ministro che promette di smantellare la legislazione antimafia di Giovanni Falcone, attaccando proprio l’articolo del concorso esterno in associazione mafiosa”), ha ribadito quanto espresso negli ultimi giorni, frenando definitivamente le vampate garantiste del suo ministro: “Il concorso esterno in associazione mafiosa non rientra nella riforma”.

Certo, un problema a destra esiste. Legalitaria, se non giustizialista nel Dna, non è quasi mai riuscita a trovare una sintesi con le altre componenti della coalizione. E’ accaduto con Berlusconi che dal 1994 ha spostato l’asse su un’impostazione opposta, suscitando non pochi sospetti (collusioni con zone grigie, riciclaggio di personaggi della prima Repubblica, eccessivo garantismo), e rischia di accadere adesso con le spinte riformatrici di Nordio.

Però, estremamente significativo l’atto della famiglia Borsellino nei confronti della premier: la litografia donata da Manfredi, il figlio di Paolo, che ha anche espresso compiacimento per la sua venuta a Palermo: “Siamo molto onorati della sua presenza qui».
Infine, sempre nella stessa giornata, l’incontro con la sorella del giudice Giovanni Falcone che le ha chiesto di vedersi a Roma per notizie importanti. Un segnale interessante di apertura. Solo di stima?

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.