Il Partito popolare vince le elezioni, ma non sfonda; il Partito socialista del premier Pedro Sanchez limita i danni; il partito dell’ultradestra Vox crolla perdendo 19 seggi. La foto delle roventi elezioni politiche in Spagna è tutta qui e autorizza alcune considerazioni. La prima, la Moncloa non avrà un governo di destra-centro; la seconda, il premier uscente Sanchez e Alberto Núñez Feijóo, leader del Pp, proveranno a formare un’avventurosa maggioranza di governo; terza, il ritorno al voto è dietro l’angolo. Per Marcello D’Aponte professore associato di Diritto del lavoro all’Università di Napoli Federico II, e a più riprese docente per la medesima cattedra all’Università di Leon nell’omonima comunità autonoma spagnola, è convinto che occorra ridare la parola ai cittadini per il bene della Spagna.
«Siamo in una sostanziale situazione di pareggio e le elezioni rappresentano lo scenario più probabile, anche se tra qualche settimana avremo un quadro definito. E’ necessario indire nuove elezioni nella speranza che emerga finalmente una maggioranza chiara e solida affinché il Paese possa affrontare con stabilità le sfide globali».
E’ ipotizzabile un patto di salvezza nazionale tra popolari e socialisti?
«Difficile e anche con le migliori intenzioni l’accordo non durerebbe. Oggi sono due forze ideologicamente quasi agli antipodi. Il governo Sanchez ha caratterizzato fortemente la sua esperienza con riforme, anche su temi etici, non condivise o avversate dal Partito popolare. Vedo anche complicata un’intesa tra il Partito socialista e gli indipendentisti catalani, men che meno che riesca in accordi di livello locale. Ci proverà pure Nunez Feljòo, ma senza successo, secondo me».
Perché il Pp non ha sfondato e come spiega la flessione di Vox?
«Durante il mandato di Mariano Rajoy il Partito popolare ha pagato la forte congiuntura economica negativa, mentre il subentrante Sanchez è riuscito a imporre una significativa inversione di tendenza pur tra scelte impopolari e tagli alla spesa pubblica. Ha lasciato sul campo molti consensi, ma tutto sommato ha retto. Una prospettiva rassicurante per il campo progressista in funzione delle prossime elezioni europee, mentre il Pp dovrà rivedere le proprie strategie per capitalizzare il ruolo di primo partito del Paese».
Nonostante i sondaggi piuttosto negativi della vigilia, la diga socialista ha retto, quindi per il momento il laboratorio della nuova alleanza tra popolari e destre resta chiuso. Il voto trasversale è evidente: gli spagnoli hanno avuto paura di svoltare?
«E’ molto probabile che abbiano avuto timore di dare mandato pieno all’ultradestra, solo così si può spiegare il tracollo di Vox, che solo fino a poche settimane fa mieteva consensi e caratterizzava tutti i sondaggi. Uno degli esempi è Siviglia che, governata dalla destra, ha sostenuto Sanchez così come gli indipendentisti di centrodestra hanno ceduto voti ai socialisti. A oggi, la Spagna non vuole i conservatori a Madrid. Ma il quadro è confuso, la prospettiva, ripeto, è il ritorno alle urne».
Ma non si può negare che un forte vento populista stia spirando nei cieli europei. I modelli di governo occidentali sono in crisi?
«Non c’è dubbio, ma credo che la presenza di forze di ultradestra nel panorama europeo si limiti ancora a percentuali tollerabili per la democrazia, nel rispetto comunque della rappresentanza parlamentare. Tuttavia, il disagio non andrebbe mai ignorato».
L’Unione europea, sempre più ostaggio da logiche finanziarie e contabili, non sembra indenne da responsabilità.
«L’Unione europea deve ripensare sé stessa senza tentennamenti per essere più vicina ai cittadini. Per dirla come Macron, la comunità di Bruxelles deve assumere in maniera decisa e definitiva una propria dimensione politica, economica e militare. La chiave di svolta ci sarà quando l’Ue saprà assumere decisioni autonome anche in politica estera che sono, in tempi di forti tensioni internazionali, più importanti di qualunque altra determinazione. E’ ormai urgente una revisione dei trattati comunitari che prima di tutto semplifichino le procedure decisionali, oggi paralizzate dai troppi veti dei singoli Paesi».
Dalla Spagna alla Germania, dall’Italia alla Grecia si segnalano situazioni di estrema instabilità parlamentare, solo colpa di leggi elettorali sempre più incapaci di interpretare le dinamiche sociali o c’è dell’altro?
«Le regole sono fondamentali per determinare una democrazia chiara e funzionale al servizio dei cittadini, purtroppo in molte le assemblee parlamentari d’Europa non c’è la percezione dei bisogni reali della comunità. I dibattiti politici sono sempre più incentrati su questioni che interessano poco alla gente. Argomenti come l’inflazione, il miglioramento del potere d’acquisito per le classi medie e per quelle più disagiate e l’adozione di provvedimenti tesi a migliorare il tenore di vita dei cittadini, che poi sono elettori, esulano spesso dai programmi e dai discorsi delle forze politiche».



