Sarah e le altre: in un libro i cento femminicidi che hanno sconvolto l’Italia

mercoledì, 2 Agosto 2023
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femminicidi

Sarah, Meredith, Pamela e le altre. Sono tante, troppe, tutte massacrate da chi diceva di amarle. Bruno De Stefano, 57 anni, napoletano, cronista di lunga esperienza e oggi scrittore, ha raccontato con uno stile asciutto e straordinariamente efficace la vicenda di cento vittime della mostruosa furia assassina di mariti, fidanzati o accompagnatori occasionali. “I femminicidi che hanno sconvolto l’Italia” (Newton e Compton Editori) è un omaggio che l’autore rende a queste donne nell’unico e doveroso intento di “fare memoria”. Cento storie, ma le vittime degli aguzzini criminali sono molte di più nella parabola di questo Paese disgraziato nel quale si trova sempre qualche mascalzone capace di chiedersi se in fondo «lei se la sia cercata».

De Stefano, le cronache parlano ancora degli omicidi di Sofia Castelli e di Michelle Causo: il suo libro, fresco di stampa, andrebbe purtroppo già aggiornato. Più che lo sdegno e la condanna per gesti di inaudita violenza fa sempre più presa lo spirito di emulazione, evidentemente. Che idea si è fatto di un fenomeno che in Italia ha assunto proporzioni allarmanti?
«Siamo di fronte a un fenomeno di difficile lettura, nel quale si sovrappongono diversi elementi. Ne cito qualcuno: una spaventosa fragilità emotiva, una errata concezione dell’amore, il terrore di restare soli. Ad ogni modo, al di là dello sconcerto che si prova di fronte a ogni singolo episodio, si fa una certa fatica a farsi un’idea precisa: anche se l’epilogo tragico accumuna tutte le storie, ogni delitto ha matrice diversa e quindi quello che noi chiamiamo “femminicidio” è in realtà una combinazione fatale di fattori che però cambiano di volta in volta».

Come cronista di nera e di giudiziaria avrà seguito vicende di una certa complessità, ma probabilmente mai contrassegnate da una furia omicida nei confronti della vittima e del suo corpo: «o mia o di nessuno». E’ semplicistico parlare solo di menti malate?
«La casistica è assai varia e quindi non può essere riconducibile a una sola categoria. Detto questo, ci sono molti casi in cui, a mio avviso, il delitto è stato effettivamente compiuto da “menti malate”: solo così mi spiego l’efferatezza adoperata dagli assassini nella preparazione dell’omicidio, nella sua esecuzione e persino nei successivi tentativi di depistaggio. Per essere più chiari: una persona “normale” compie un omicidio d’impeto e lì finisce la storia; noi, invece, siamo spesso di fronte a soggetti che hanno studiato il piano nei minimi dettagli. Si tratta di soggetti con evidenti problemi psicologici, quindi effettivamente possiamo parlare di “menti malate”. Il problema è che contro le “menti malate” non c’è prevenzione che tenga».

Quanto incide ancora, secondo lei, la cultura maschilista che impera nel nostro Paese?
«Indubbiamente – soprattutto in alcune zone del centro e del sud – non è estranea a molti delitti. Però, a mio avviso, l’incidenza è meno forte di quanto si possa pensare».

Braccialetti elettronici, distanze di sicurezza e provvedimenti giudiziari finora si sono rivelati misure all’acqua di rose: la mattanza non si ferma. Può essere utile adottare una legislazione ad hoc come per le emergenze mista a una mirata campagna di informazione?
«Prima di scrivere “I femminicidi che hanno sconvolto l’Italia” pensavo anch’io che si potesse elaborare una strategia universale per frenare questo massacro quasi quotidiano. Devo confessare, però, che più andavo avanti nella stesura del libro, più avevo la netta sensazione che è impossibile trovare una “cura” efficace. Forse l’unica strada è impegnarsi nella prevenzione, lavorando in profondità su ciascuno di noi: è necessario arrivare alla consapevolezza che prima di amare gli altri, dobbiamo amare noi stessi. Che l’amore è degno di chiamarsi così solo se non si elemosina, solo se non si pretende, solo se è puro e spontaneo. Si potrebbe pensare, ad esempio, a lezioni di educazione emotiva e sentimentale a partire dalle scuole elementari. Ma le lezioni dovrebbero essere impartite a uomini e donne di tutte le età».

Lei ha scritto decine di libri su mafia e camorra, esattamente non letture rilassanti: che effetto le ha fatto scrivere di così disumani ed efferati femminicidi?
«Devo ammettere che non avevo mai provato un disagio così forte. Ci sono storie, che a prescindere dalla violenza di cui sono impregnate, mi hanno disorientato perché contengono picchi di vigliaccheria, di cinismo e di orrore che – per quanto possa apparire paradossale – sono superiori a quelli che si registrano in molti delitti di mafia e camorra. Pensare che un uomo abbia potuto devastare – a coltellate o con il piccone – il corpo di una donna che aveva amato e con la quale aveva scambiato carezze, effusioni e momenti di intimità, è qualcosa che disturba profondamente. E poi non si può non provare una sensazione di intensa ripugnanza nei confronti di chi, con una vigliaccheria senza pari, per punire la moglie o la compagna è arrivato persino a uccidere i figli».

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