Da team a call, ecco la classifica dei dieci anglismi più fastidiosi

sabato, 5 Agosto 2023
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lingua italiana

In fondo alle numerose emergenze sociali ed economiche che affliggono il nostro Paese ce n’è un’altra, nascosta agli occhi dei più, ma altrettanto preoccupante: l’impoverimento della lingua italiana, dovuto a ignoranza e sciatteria. L’idioma di Dante sta diventando una lingua di plastica sempre più corrotta da neologismi e anglismi di dubbia utilità. Il dialogo comune è diventato un penoso calvario tra il burocratese e il politichese fino all’insopportabile “itanglese”, tutti sottesi a una sorta di zibaldone linguistico della stupidità.

La pubblica amministrazione. Gli uffici della “cosa pubblica” sono immersi nelle conversazioni infarcite di anglismi di ogni genere al punto che persino i burocrati hanno dato vita alla classifica delle dieci paroline più fastidiose. Lo rivela Preply, piattaforma globale di apprendimento delle lingue, che ha condotto uno studio dedicato al “Business Jargon”, il gergo aziendale, con l’obiettivo di scoprire in che modo gli italiani, sul luogo di lavoro, facciano uso di anglismi e neologismi di derivazione anglofona. Emerge che quasi la metà degli intervistati li utilizza nelle mail, nelle telefonate o parlando con i colleghi tra le 6 e le 10 volte al giorno; solo il 3% riesce a farne completamente a meno e sono soprattutto persone che hanno più di 55 anni. Non tutti gli italiani, però, si sentono a loro agio nell’utilizzare queste parole: un quarto dei lavoratori preferirebbe usare sinonimi o espressioni equivalenti in italiano per limitare il più possibile l’uso di parole inglesi. Lo studio di Preply evidenzia infatti anche gli anglismi che gli italiani preferirebbero bandire dagli uffici, tanto li reputano fastidiosi.

The winner is “team”. L’anglicismo più diffuso negli uffici italiani secondo Preply è “team”, il gruppo di lavoro, utilizzato dal 39% degli intervistati, seguono “meeting” con il significato di riunione (37%) e “feedback” usato dal 35% dei lavoratori italiani per fare riferimento a un riscontro ricevuto (o fornito) su materiali, email o domande specifiche. A completare la classifica si trovano “call” (30%), “report” (27%), “webinar” (25%), “target” (23%), “slide” (22%), “leader” (21%) e “partners” (20%). Di contro, l’indagine di Preply svela  anche gli anglismi che risultano più fastidiosi per gli italiani. A guidare la classifica c’è “ASAP”. L’espressione, acronimo di “As Soon As Possible”, da tradurre con “il prima possibile”, è particolarmente sgradita a chi lavora nei settori del commercio al dettaglio, della ristorazione e del tempo libero, oltre a quello delle vendite, dei media e del marketing. Tra gli anglismi meno apprezzati negli uffici italiani seguono poi “briefing”, “call” e, subito fuori dal podio, “meeting”: termini che fanno riferimento a diversi tipi di riunioni o brevi chiamate virtuali di aggiornamento. Emergono poi “skill”, che indica un’abilità o competenza, “webinar” (evento in rete) e “win win”, espressione che indica una situazione da cui tutte le parti escono soddisfatte. Seguono, all’ottavo posto a pari merito, la tecnica creativa di gruppo del “brainstorming”, la “deadline” che indica la data di scadenza per la consegna di progetti o lavori, “agreement” (accordo), “workshop” da tradursi con seminario o gruppo di lavoro, “storytelling”, l’arte della narrativa, e “target”, per indicare il pubblico di riferimento di un prodotto o di una campagna pubblicitaria. A chiudere la classifica il termine “team building”, cioè l’insieme di attività formative il cui scopo è la formazione di un gruppo di lavoro affiatato, e “mood”, termine usato per designare uno stato d’animo ma anche un’atmosfera.

Questione di “skill”. Negli ambienti di lavoro si utilizzano spesso anche i neologismi di origine anglofona. Si tratta di parole che derivano dall’inglese, ma a cui sono stati affiancati prefissi o suffissi italiani, entrando a far parte del linguaggio parlato e scritto. Stando allo studio di Preply, nei confronti di questi termini gli italiani si mostrano piuttosto insofferenti. Uno su tre non apprezza il verbo “brieffare”, derivato dall’inglese “brief” (istruzione). Non sono amate neanche le parole “sharare” (29%) e “downloadare” (28%), traducibili con “condividere” e “scaricare”. L’aggettivo “skillato”, da riferire a una persona con conoscenze e capacità adatte per svolgere un determinato compito, non piace al 26% dei lavoratori italiani, così come il verbo “forwardare” (25%), che sta per “inoltrare”. Nella classifica spunta anche “pitchare”, fastidioso per il 24% degli italiani, che indica il tenere un discorso breve con l’obiettivo di catturare l’attenzione di chi ascolta. I verbi “pingare”, usato per sollecitare una risposta da qualcuno, e “googlare”, cioè effettuare una ricerca online tramite Google, raccolgono le antipatie del 23% degli italiani. Seguono con il 22% “uploadare” (caricare un file) e “freezare”, dall’inglese “to freeze” che significa “congelare”, “bloccare”: in ambito informatico si usa per indicare il blocco di uno schermo, di un programma, di un dispositivo o di un’applicazione.

Tra consuetudine e vanità. Un terzo degli italiani pensa che le parole inglesi siano fondamentali per esprimersi al meglio nel contesto lavorativo di riferimento. Se ne fa uso, nel 35% dei casi nelle mail, mentre il 33% degli italiani intervistati da Preply li include anche in riunioni e conversazioni sia formali sia informali. A farne ampio uso sono soprattutto coloro che lavorano nel settore delle risorse umane (in media 12 al giorno), in quello informatico (11), ma anche in quello delle telecomunicazioni (10). Poi c’è l’universo-mondo di coloro che usano l’itanglese solo per darsi un tono. Per essere più cool, of course.

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