Extraprofitti. Meloni e Alemanno: quanto pesa ancora la destra sociale?

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Il governo Meloni come qualsiasi governo, per definizione, prende e continuerà a prendere botte a destra e a manca, con un valore aggiunto non da poco: è di destra, quindi di fatto, secondo la sinistra e il mainstream, è destinato a riesumare in forme nuove una sorta di dirigismo “fascista”. Lo dimostrerebbe il silenzio imbarazzato sul passato, le presunte complicità e connivenze con l’estremismo “nero” e l’atteggiamento opaco e ritenuto ambiguo rispetto al cosiddetto revisionismo (sulla storia, i golpe, il terrorismo, le stragi, si veda il caso De Angelis etc).

Ma la cosa più singolare è la critica interna. Critica culturale, antica, dottrinaria, molto più profonda e difficile da risolvere se paragonata alle logiche, legittime, contrapposizioni politiche, fisiologiche di ogni schieramento che si rispetti.
E in ciò c’è tutto il vulnus della destra. Tradotto, il complicato rapporto tra la destra sociale e quella moderata liberal-liberista. Che un ipotetico partito conservatore (il sogno della premier) dovrebbe conciliare, sintetizzare virtuosamente. Una sintesi già evidente nel nome del gruppo europeo di cui lei è presidente: come si fa ad essere conservatori e riformisti insieme? Ce lo devono spiegare.

Un sogno che cozza, inoltre, con la realtà “italica” di oggi, di ieri e dell’altro ieri. La destra storica risorgimentale fu liberale in politica e non liberista in economia. Anzi, avviò tante statizzazioni, in primis, quella delle ferrovie. Giolitti, da liberale, è stato l’artefice dello Stato sociale, del Welfare e poi, con il Blocco nazionale del 1921 dell’ascesa di Mussolini. La dottrina sociale della Chiesa è stata ed è ancora nella sostanza, una specie di terza via tra capitalismo e marxismo; il fascismo, un mix di patria e socialismo, di libertà e statalismo. Rivoli e correnti che si sono inverate nella destra politica italiana, dal Msi ad An, dal Pdl fino a Fdi. In uno scontro ideale e pratico mai veramente risolto.

Il colpo agli extraprofitti delle banche da parte della Meloni, va detto, è stata una efficace mossa da destra sociale. Non a caso (lasciando perdere la narrazione pregiudizialmente faziosa di Pd e grillini), la componente liberale e liberista della maggioranza (Fi in primis), non ha gradito. Qualche osservatore e politico ha parlato addirittura di “socialismo di Stato”.

Meloni di sinistra? Fino a una settimana fa, le sue politiche fideisticamente atlantiste e filo-Ue, e a livello economico, in perfetta continuità con Draghi, l’avevano inchiodata al tradimento liberista e liberale. Sentenza ora rovesciata.
A questo punto la domanda è: c’è spazio ancora per una destra alla destra della Meloni?

Del resto, gli argomenti per occupare tale spazio lasciato libero dalla svolta “centrista” della premier c’erano e ci sono. E l’operazione-Alemanno sembra interessante e ben calibrata: aggregare gli scontenti, i delusi di Fdi, chi non vota, e i tanti movimenti antagonisti, anti-sistema (i cattolici orfani di una certa Chiesa e ostili all’attuale indirizzo mondialista, vaccinista, ecologista e filo-Lgbtq della Curia, i no-green pass e in primis, il movimento pacifista “basta armi all’Ucraina”, non in quanto radical, ma in quanto fortemente anti-Usa e anti-Bruxelles, ossia, il vero sovranismo). Un’area che i sondaggisti danno al 10%.

Per arrivare dove? A uno scontro o a un accordo con la Meloni in vista delle europee? Tanto per salvare capra e cavoli; capra governativa e cavoli identitari destristi?
Si riproporrebbe in prospettiva una “Rifondazione sovranista”, come fu Bertinotti per l’Ulivo.

Il tempo, non eccessivo, chiarirà tale possibilità: la politica è l’arte del reale possibile.
Ma certamente, la svolta sociale della Meloni, il prelievo sugli extraprofitti delle banche ha complicato il gioco di Alemanno.
Chi interpreterà la vera faccia della destra sociale?Lui o la premier?
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