Murgia, Barbie, la sinistra. Tutti contro il patriarcato. Ecco perché sbagliano

lunedì, 14 Agosto 2023
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Tutti contro il patriarcato. E’ ormai una moda, una tendenza irreversibile, un cambio di volta assoluto della società.

Solo la parola evoca mostri. Dalla cultura al cinema, dalla politica alle università, dai giornali alle associazioni (anche cattoliche), da anni assistiamo alla confutazione, alla critica radicale, al seppellimento di quello che viene considerato un residuo arcaico, medioevale, fascista, reazionario, inaccettabile in democrazia.

Se andiamo a scandagliare, invece, il significato di patriarcato ci accorgiamo che la sua negatività non è così evidente. Ecco la sua spiegazione (asettica): “Tipo di organizzazione famigliare (contrapposta a matriarcato), in cui i figli entrano a far parte del gruppo cui appartiene il padre, da cui prendono il nome e i diritti che essi a loro volta trasmettono ai discendenti diretti o prossimi nella linea maschile”.

Cosa c’è di sbagliato in questa definizione, tra l’altro tecnica e non ideologica? I figli non nascono pure da un padre? Si chiama identità, un’appartenenza fisica e morale che mette al centro l’unità e la continuità della famiglia, nonché la trasmissione di diritti precisi e, in particolare, la garanzia di mantenimento della proprietà famigliare.
Si dirà legittimamente che adesso madre e padre hanno gli stessi diritti, che c’è collaborazione di fatto, scambio di ruoli, sovrapponibilità di funzioni (dovute alle modalità del lavoro in perenne evoluzione), e ci sono i divorzi, ergo lo spezzettamento, la frammentazione dell’“albo araldico” tradizionale.

Giusto, ma non c’entra con la soppressione culturale, economica e giuridica, circa l’indirizzo sostanziale e il Dna della famiglia che resta, secondo l’articolo 29 della Costituzione, il primo luogo di educazione e formazione affettiva della prole. Luogo preesistente all’impianto della Carta (confermando la differenza e la precedenza della natura sul diritto positivo). E non c’entra con le sue storture, deviazioni, paranoie, che ci sono state e ci saranno sempre, proprio perché è e resta, la prima agenzia di senso dei figli.

La storia poi, quali alternative ha fornito? La solitudine depressiva dei singoli, incapaci di stabilire relazioni autentiche, le comuni, il poliamore?
Mantra attuale, la demonizzazione del maschio: ecco la verità dietro la lotta al patriarcato. Molto di più di una normale obiezione circa l’impostazione patrimoniale, organizzativa della famiglia.
Non è una novità. E’ in atto da tempo un attacco senza frontiere al maschio, all’uomo, sinonimo di dittatura, prevaricazione, ingiustizia, oppressione, stupri. Movendo da fatti oggettivi (femminicidi, violenze domestiche etc), si vuole arrivare a demolirne il ruolo.

E la ragione è semplice: il padre, rappresenta colui che fissa i paletti, che dà e impone i limiti: presupposto basilare per lo sviluppo sano e maturo dei figli (sono i no che aiutano a crescere). E se allarghiamo tale “mestiere” alla società in generale, la paternità è l’autorità, sono le regole, lo Stato, le istituzioni, le Forze dell’Ordine, la religione, chi ti dice ciò che è sbagliato e ciò che è giusto, ciò che è bene e ciò che è male.

Dal ‘68, abbiamo assistito alla contestazione a 360 gradi dell’autorità, nel nome di un soggettivismo relativista che non conosce e non vuole conoscere limiti. Che ha portato alla“società delle pulsioni dell’io”, dove ogni desiderio deve diventare obbligatoriamente un diritto, dove conta unicamente ciò che sentiamo di essere, l’autopercezione. Una guerra alla natura contrapposta alla mente, bandiera del bene.
E il risultato è che siamo passati dalla “famiglia etica”, che dava valori precisi, pure dogmatici (magari non esente da rigidità, ipocrisia, retorica e finzione sociale), ma che educava, alla “famiglia sentimentale”; della serie “genitori sindacalisti dei figli”, padri che fanno i fratelli maggiori dei figli o i loro amici, madri onnipresenti, incarnazione morbosa dalla sindrome della “Fata Turchina”, che infantilizzano e anemizzano la prole (casetta fatata, cagnolini come cartoni animati, mondo esterno cattivo e pericoloso). E siamo passati allo Stato che non reprime, ma che include, capisce, accoglie, perdona, recupera, e a sacerdoti ridotti ad assistenti sociali.

Come non biasimare quella stampa cattolica che ha esaltato il concetto di amore e di famiglia fluida della Murgia? Segno dei tempi liquidi. E’ la dimostrazione di un palese fallimento pedagogico del cattolicesimo.
E’ ovvio che in tale contesto, l’autorità, la regola, chi ti fissa i limiti deve sparire: è incompatibile con le pulsioni dell’io, i desideri compulsivi e l’individualismo emotivo e nichilista di molti, troppi, giovani. Che saranno un giorno futuri cittadini.

 

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