Calcio, con Mancini & co i sauditi fanno shopping

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Calcio europeo, è il momento del tornado saudita: una pioggia torrenziale di milioni di euro si sta abbattendo sulle casse delle società e sui conti correnti di quotatissimi calciatori e allenatori.

Una bufera tutta d’oro, certo, ma pur sempre un cataclisma, un fenomeno fuori dall’ordinario che rischia di far saltare gli equilibri di un mondo, quello del calcio, che sta già soffrendo il mal di business, tra plusvalenze, debiti, colpi bassi sul calcio mercato. L’oro d’Arabia stava ad esempio per privare il football continentale di un fuoriclasse assoluto come Kylian Mbappé, al quale gli sceicchi avevano offerto l’ingaggio da capogiro di 400 milioni in due anni. Le sue prodezze non le avremmo più ammirate in Champions League, ma se le sarebbero godute gli arabi nel Saudi Pro League. Che spreco, che perdita. Il campione francese ha però resistito alle lusinghe arabe e, nonostante ce l’avesse con la sua società (il Psg) perché questa non aveva voluto cederlo al Real Madrid, ha detto no a un contratto che l’avrebbe reso straricco.

Non ha invece resistito alle sirene arabe il suo compagno di squadra Neymar: l’asso brasiliano (che molti paragonano a Pelè) andrà a giocare nell’Hal Hilal di Riyad. Si parla di 160 milioni in due anni, più sponsorizzazioni e extra vari, anche qui milionari.

Naturalmente i sauditi fanno shopping anche in Italia. Secondo voci diffuse, ci sarebbe il loro zampino dietro le improvvise dimissioni di Roberto Mancini da c.t. della Nazionale. Se tali voci fossero confermate, sarebbe un vero smacco per tutti gli italiani amanti del calcio: Mancio andrebbe infatti a fare il commissario tecnico della nazionale saudita. Girano già le cifre: in Arabia, Mancini guadagnerebbe 4 volte di più i 4,5 milioni di euro all’anno che ha guadagnato come selezionatore degli azzurri. Per tre anni, fa la bellezza di 54 milioni: anche Mancio potrebbe vivere da nababbo per il resto della sua vita.

Al momento in cui scriviamo, non c’è nulla di confermato ufficialmente. Però le spiegazioni finora addotte per l’addio del c.t. della Nazionale (motivi personali e possibile irritazione per alcune nomine decise dai vertici Figc) non sono molto convincenti: un professionista del calibro di Mancini non se ne va per capriccio mentre la sua squadra sta per affrontare delicate partite di qualificazione del campionato europeo (con la Macedonia del Nord e con l’Ucraina in settembre).

Non sono però sempre una maledizione i soldi che arrivano dall’Arabia. La Roma ad esempio ringrazia vivamente la solita Hal Hilal per i 26 milioni che affluiranno nelle sue casse a seguito della cessione del difensore Roger Ibanez. È una vera manna per Dan Friedkin e per il direttore sportivo Tiago Pinto, che possono così cercare di rimediare alla catastrofica sessione estiva del calcio mercato romanista e sperare  di ingaggiare in extremis qualche talento. Manca infatti una manciata di giorni dall’inizio del campionato.

Nel complesso, l’aggressivo shopping dei sauditi ha però depauperato il calcio europeo. Non giocheranno il prossimo anno nei campionati continentali calciatori come Karin Benzema o Sergej Malinkovic-Savic, autentico pilastro, quest’ultimo, del centrocampo della Lazio. A inaugurare l’esodo dei calciatori europei verso l’Arabia è stato Cristiano Ronaldo, ancorché parliamo di un campione alle battute finali della sua carriera agonistica.

Ma perché i sauditi si sono buttati con tanta determinazione nel calcio mercato europeo? Non si tratta solo di un capriccio da ricconi. Il fatto è che il principe ereditario di Riyad, Mohammad Bin Salman al Sa’ud pare sia rimasto impressionato dall’enorme ritorno d’immagine garantito al Qatar dal campionato del mondo 2022 e voglia tentare di allestire quello del 2034. Al Sa’ud ha probabilmente compreso le grandi potenzialità “politiche” offerte dal calcio. Va anche detto che il principe saudita ha diverse cose di cui vergognarsi, a partire dalla storiaccia del giornalista Jamal Khashoggi, torturato, ucciso e fatto a pezzi nel consolato saudita a Istanbul. E con il calcio pensa forse di rifarsi l’immagine. Il Qatargate al Parlamento europeo gli ha del resto insegnato che basta pagare per ottenere il bollino blu dei diritti umani. Ha capito che, con i soldi, si possono ottenere, insieme, le prestazioni di campioni del pallone e gli appoggi di politici nel pallone.

 

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