Quanti sono stati gli stupri di gruppo quest’anno e perché se ne parla “così poco?” Danni fisici e danni morali quelli arrecati alle vittime, paure sempre più diffuse nelle donne anche nei piccoli gesti della propria vita quotidiana. Possibili cause scatenanti dietro alle decisioni del “branco”, possibili deliri di onnipotenza nelle tristi vicende individuali.
Dopo lo scalpore suscitato dagli avvenimenti del Foro Italico di Palermo, nonché lo “stupore” e l’indignazione dell’opinione pubblica (soprattutto sui social) sulla durezza dei fatti verificatisi, sorge spontaneo domandarsi quanti siano stati i casi nel 2023 e perché degli altri non se ne dibatta così tanto.
È il 27 giugno 2023 quando viene resa nota la storia: in Francia una donna è stata stuprata per anni da decine di uomini sotto la guida del marito.
Proseguendo cronologicamente arriviamo al 22 luglio 2023, quando una 29enne a Monza è stata stuprata da due cinquantenni accusati di violenza sessuale di gruppo.
Il 26 luglio 2023, invece, è stato aperto il fascicolo a Perugia su due amiche di Fabriano vittime di uno stupro di gruppo in piscina.
Il 18 agosto 2023 una turista milanese è stata violentata a Rimini da tre ragazzi.
In corso anche le indagini per le due cugine 13enni in provincia di Napoli, stuprate da un gruppo di coetanei e da un 19enne.
C’è una correlazione tra l’Incremento dei tragici avvenimenti e il periodo estivo? O si tratta di un fenomeno diffuso a cui non si attribuisce la giusta rilevanza?
Nemmeno i dati Istat sulla violenza sulle donne riportano statistiche dedicate alla tipologia degli “stupri di gruppo”, ma consentono ugualmente di comprendere la gravità della diffusione del fenomeno su scala individuale.
Stando a quanto riportato dall’istituto nazionale di statistica, quasi il 32% delle donne tra i 16 e i 70 anni è stata vittima di qualche tipo di violenza nella propria vita.
Non vi è, peró, ancora un parametro universalmente riconosciuto per definire la violenza in qualsiasi sua forma. Lasciando spazio a casistiche, alle volte particolari e che scindono l’opinione pubblica.
Ripercorriamo dunque alcune delle peculiarità e delle sentenze che hanno incendiato il dibattito nella nostra nazione dal ‘99 ai giorni nostri.
È proprio nella capitale che nel primo anno sopracitato, lo stupro non venne definito tale perché la ragazza indossava i jeans, pantaloni difficili da sfilare e quindi interpretati come un segnale di consenso.
Nel 2006 a ricevere le attenuanti per “minore gravità del fatto” (di stupro) è il patrigno quarantenne di una ragazza romana di 14 anni. Tra le cause identificate quella della mancata verginità della giovane e il disagio del suo ambiente di crescita.
Nel 2014 a Venezia, il marito ubriaco obbliga la moglie a rapporti contro la sua volontà, nella sentenza in questione attenuante nonostante il rapporto completo: da sentenza “assume rilevanza la qualità dell’atto compiuto più che la quantità di violenza fisica esercitata”.
Nel 2018 non viene data l’aggravante per lo stupro posto in essere ad una giovane donna da due cinquantenni perché “ha bevuto per sua volontà”.
Nel 2019 una 22enne peruviana ad Ancona denunciando un’aggressione a lei rivolta, non viene ritenuta credibile perché “ritenuta troppo mascolina per attirare il desiderio maschile”.
Cosa potremmo fare per fermare il verificarsi di questi tragici avvenimenti? Quanto l’educazione e la sensibilizzazione del singolo possono essere efficaci in questi casi? Da dove si comincia per “cambiare il mondo?”



