A papa Francesco il premio “E’ giornalismo”. Cosa c’è dietro?

lunedì, 28 Agosto 2023
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Quest’anno il premio “E’ giornalismo”, fondato nel 1995 da Indro Montanelli, Enzo Biagi, Giorgio Bocca e Giancarlo Aneri non è andato ad un operatore dell’informazione ma ad un personaggio a dir poco inedito: papa Francesco.

Dunque il Santo Padre va ad aggiungere il proprio nome ad una lunga lista di giornalisti e non che nel corso degli anni hanno ottenuto l’ambito riconoscimento; da Antonio Ricci a Fabio Fazio, dal direttore dell’Economist Bill Emmott a Gianni Riotta, Gian Antonio Stella, Natalia Aspesi, Barbara Spinelli, Milena Gabanelli, per finire niente meno che con Rosario Fiorello.

Verrebbe da dire: che c’azzecca il papa con questo premio? Gli organizzatori spiegano che il riconoscimento «si inquadra perfettamente in quello che era l’obiettivo che si erano posti Indro Montanelli, Enzo Biagi, Giorgio Bocca e Giancarlo Aneri, quando fondarono il Premio nel lontano 1995: aiutare il giornalismo ad essere più consapevole del suo ruolo di libera espressione e di contributo alla costruzione della giustizia attraverso il servizio alla verità. Questo obiettivo oggi si rinnova nel ritrovare il coraggio di parlare e scrivere di pace. Con il suo messaggio, Papa Francesco interpreta, unica voce, il coraggio di usare il dialogo per dire parole di pace».

La giuria, presieduta da Giancarlo Aneri e composta da Stella Aneri, Giulio Anselmi, Mario Calabresi, Massimo Gramellini, Paolo Mieli, Gianni Riotta e Gian Antonio Stella, considera questa scelta «un segnale importante per il mondo dell’informazione, in particolare per le generazioni più giovani dei giornalisti», e ricorda l’insegnamento del Pontefice, secondo cui la pace «è un lavoro paziente di ricerca della verità e della giustizia, che onora la memoria delle vittime e che apre, passo dopo passo, a una speranza comune più forte della vendetta».

Come abbiamo scritto più volte, siamo perfettamente consapevoli che papa Francesco è oggi sulla scena internazionale l’unico leader mondiale che si sta impegnando davvero per la pace, lavorando perché il conflitto in Ucraina cessi al più presto, ma senza schierarsi unilateralmente al fianco di Zelensky, ben consapevole di come le cause della guerra siano ben lontane dal racconto dei media occidentali (Bergoglio è stato l’unico a denunciare “l’abbaiare della Nato alla porta di Mosca”). Ma ciò detto non è certo una prerogativa di questo pontificato l’impegno per la pace che ha visto in prima linea anchegli altri papi, in testa a tutti San Giovanni Paolo II, anche all’epoca fra i pochi, per non dire l’unico, ad opporsi alla guerra dell’America contro l’Iraq di Saddam Hussein.

E allora nasce il legittimo sospetto che in realtà il premio altro non sia che l’ennesimo tentativo di condizionare papa Francesco tirandolo dalla parte del pensiero unico, facendogli sentire forte il supporto del sistema mainstream, facendo crescere intorno a lui quel consenso e quel forte apprezzamento per l’opera di modernizzazione della Chiesa in senso relativista che tanto piace proprio ai soloni dell’informazione nostrana. E dal canto suo il pontefice sembra aver colto al volo l’opportunità per siglare una sorta di patto con l’informazione “che conta”, in vista del prossimo sinodo sulla sinodalità che inizierà ad ottobre e che coinvolgerà tutta la Chiesa, vescovi e laici”.

“Stiamo cercando di imparare un modo nuovo di vivere le relazioni – ha spiegato Bergoglio – ascoltandoci gli uni gli altri per ascoltare e seguire la voce dello Spirito. Abbiamo aperto le nostre porte, abbiamo offerto a tutti la possibilità di partecipare, abbiamo tenuto conto delle esigenze e dei suggerimenti di tutti. Vogliamo contribuire insieme a costruire una Chiesa dove tutti si sentano a casa, dove nessuno sia escluso. Quella parola del Vangelo che è tanto importante: tutti. Tutti, tutti: non ci sono cattolici di prima, di seconda e di terza classe: no. Tutti insieme. Tutti. È l’invito del Signore …Per questo oso chiedere aiuto a voi, in questo, maestri di giornalismo: aiutatemi a raccontare questo processo per ciò che realmente è, uscendo dalla logica degli slogan e di racconti preconfezionati”.

E qui naturalmente la richiesta d’aiuto suona tanto come un tentativo di ostacolare le “voci contro”, ovvero il mondo cosiddetto conservatore che vede questo Sinodo come il fumo negli occhi, e i cui rappresentanti stanno da tempo evidenziando le molte criticità e i pericoli che potrebbero palesarsi, uniformando la Chiesa, il catechismo e la dottrina allo spirito del tempo, al pensiero unico. L’appello di Francesco ai giornalisti può quindi palesarsi come un’esplicita richiesta di un’alleanza volta ad isolare le derive contrarie ai processi modernisti in seno alla Chiesa? Attraverso una narrazione del Sinodo che sia il più possibile uniformata e rispondente agli obiettivi di rinnovamento che si vogliono conseguire?  Il sospetto è più che fondato se si pensa che i nuovi cardinali che riceveranno la porpora nel prossimo concistoro sono in larga parte sostenitori delle svolte sinodali e uno di loro, Victor Manuel Fernandez, è stato da poco nominato prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede con il compito di segnare una netta discontinuità con il ruolo sempre esercitato; ovvero la difesa dell’integrità dottrinale. E nel Sinodo sono in ballo temi cruciali per il futuro della Chiesa, dal celibato sacerdotale alle donne prete, dal riconoscimento delle unioni gay alla richiesta di un ruolo più autonomo delle conferenze episcopali nazionali rispetto a Roma.

Forse saranno solo coincidenze, ma il fatto che fra tanti giornalisti il premio sia andato a Papa Francesco che non a caso da tempo sta cercando un contatto diretto con il mondo dell’informazione e sempre su reti e programmi non propriamente vicini al mondo cattolico (vedi l’intervento da Fabio Fazio), non fa che avvalorare i sospetti su un’alleanza sempre più evidente fra il mondo cattolico modernista e e quelle che sono chiamate le “lobby del pensiero unico” . Del resto fu il filosofo cattolico Augusto Del Noce ad affermare che “per un cattolico progressista un ateo è sempre migliore di un cattolico non progressista”.

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