De Angelis, il caso è chiuso. Ma la ferita rimane aperta. Ed è la ferita alla libertà d’opinione. Perché non s’è mai vista, come in questo caso, una così accanita, violenta, insistita campagna di delegittimazione contro qualcuno colpevole soltanto di aver espresso un’opinione politicamente scorretta nel suo profilo Facebook.
Nell’annunciare al presidente Francesco Rocca la sua intenzione di dimettersi dalla carica di responsabile della Comunicazione della Regione Lazio, Marcello De Angelis ha denunciato la «mostruosa macchina del fango» allestita contro di lui. Non è una esagerazione, ma quello che è successo nel corso di tutto il mese di agosto. Il presidente della Regione, il suo portavoce e persino la premier Giorgia Meloni sono stati oggetto di durissime pressioni politiche. Il refrain è stato sempre lo stesso: «De Angelis non può ricoprire quell’incarico istituzionale. Si deve dimettere».
Ricostruiamo brevemente quello che è successo. Tutto comincia all’indomani della ricorrenza della strage di Bologna, quando il portavoce della Regione Lazio afferma di sapere con «certezza» che i responsabili dell’eccidio non sono Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini. Apriti cielo. Una simile affermazione non la può fare, nel tempo del governo di destra, chi ricopre un incarico in un’amministrazione di destra. L’accusa è di «revisionismo» e della pretesa di «riscrivere la storia». E tutto ciò nonostante che dubbi sulla colpevolezza degli ex Nar siano stati avanzati da diversi esponenti della politica e della cultura di sinistra, come ad esempio Furio Colombo e Piero Badaloni.
Il fatto è che la «matrice fascista» della strage del 2 agosto 1980 è uno dei dogmi ufficiali nel racconto pubblico della recente storia italiana. Chiunque provi a incrinare quel dogma non fa altro che risvegliare i fantasmi della Repubblica, a partire dal solito neofascismo perennemente in agguato. In realtà la dogmatica resistenziale e antifascista è oggi rispolverata solo a scopi propagandistici, rappresentando un utile strumento polemico contro il governo. È un modo per tenere i rappresentanti dell’esecutivo sotto schiaffo. E qualche effetto comunque lo produce. Si veda ad esempio l’eccessiva reazione di rigetto («farneticazioni») del ministro Guido Crosetto contro il libro del generale Roberto Vannacci “Il mondo al contrario”. È il segno di un nervo quanto mai sensibile su politically correct e antifascismo.
Ma torniamo a De Angelis. Contro di lui si scatenano subito i segugi del nuovo “tribunale” staliniano. Perché di questo si tratta: di un processo a mezzo stampa condotto con il classico metodo Vyshinsky (l’inquisitore di Stalin). È una vera persecuzione. Sui giornali compaiono le foto di De Angelis diciotto-ventenne (oggi ne ha 63) quando passò guai giudiziari a seguito della sua appartenenza a Terza Posizione. Il “capolavoro” inquisitorio è l’accusa di aver scritto “Settembre nero”, una canzone che inneggia agli attentati anti-israeliani da parte dei gruppi terroristici palestinesi negli anni Settanta. Il fatto viene presentato come se fosse accaduto ieri, ma in realtà quel brano è stato scritto nel 1978, quando De Angelis aveva 18 anni e aveva costituito la band musicale 270bis (l’articolo del codice penale che punisce la partecipazione ad “associazioni sovversive”). Più volte, l’ex portavoce della Regione Lazio s’è dissociato da quella canzone concepita 45 anni fa, in un’altra epoca, in un altro mondo, in un’altra condizione di vita. Ma non è bastato: i nuovi Vyshinsky si sono rivelati implacabili. L’ultima contestazione è di aver assunto il cognato in Regione. In poco meno di un mese, Marcello De Angelis è stato oggetto di una sequela di accuse degna di un serial killer.
Il collaboratore di Rocca provò, nei primi giorni della polemica, a svelenire il clima, chiedendo scusa per aver usato toni che potessero eventualmente risuonare troppo duri a orecchie sensibili. Non c’è stato niente da fare. Le scuse hanno aizzato ancora di più gli inquisitori.
In “Buio a mezzogiorno” di Arthur Koestler, uno dei romanzi più belli di denuncia dello stalinismo, lo scrittore ungherese racconta che la “confessione” estorta all’inquisito da parte dei giudici staliniani non lo salva dall’impiccagione. Non viviamo più da tanti decenni in quel mondo cupo e oppressivo. Ma un brivido, scorrendo quelle pagine, lo avvertiamo ancora.



