Oggi il tema che si affronta è impegnativo anzichenò! Tiriamo in ballo il refrain attualmente dominante, quel ‘posseggo dunque sono’ che incanta le folle, e i giovani ancora tutti ‘da fare’, soprattutto… una vera Febbre dell’Oro, pandemica, virale e non ci sono mascherine che tengano…occorre, ancora una volta, una vistosa iniezione di Bellezza, Com-passione e Grazia. BUONA LETTURA!
Piscine a sfioro…e chi non le vorrebbe? Specie se costretti a un’estate luciferina in Milano, e magari non solo a sfioro, ma addirittura ‘roof-top, in Duomo’?
‘Guardate com’è bello qua!’, si beava qualche tempo fa una giovane influencer milanese, immersa e ‘scopertissima’ (come lei stessa dichiara) nella spettacolare piscina a sfioro vista Duomo di Alberto Genovese. Mago delle start up e accanito stupratore alla chetamina, recentemente condannato a otto anni di carcere per violenza sessuale. Sirenetta in quelle sacre acque, credi che sfiorerai il cielo, il top, la fine dei guai. Ma sfiori solo la morte. Una brutta morte.
Come l’ultima modella predata dal Mago, diciotto anni se li aveva, superfesta a bordo piscina, mix di psicoattivi somministrato a tradimento, lei ridotta a bambola inerte e disgregata. A tu per tu col suo torturatore, nelle stanze blindate di lui. Per 20 ore. Abbandonata dagli amici, da Dio e da se stessa. A pochi metri dalla sensazionale piscina a sfioro.
Tutti le amano. Ho avvertito sfumature di reverenzialità voluttuosa nel pronunciare le sacre sillabe ‘…a sfioro’ sulle sfiorite labbra d’una signora, sposata a un grande patrimonio. Volendo, lei e consorte potrebbero comprarsene una decina, ma anziani e senza figli non lo fanno. Ci si limita a tenersi la propria, un tantino fuorimoda, e a inchinarsi di fronte allo ‘sfioro’ di amici più giovani e cool.
A inizio agosto, a Torino, il commercialista/banchiere Massimo Segre, con discorso a sorpresa, lascia platealmente, per infedeltà, la fidanzata Cristina Seymandi durante la festa di annuncio nozze. Un volonteroso filma l’evento, ghiotta notizia per un agosto scarico di big news. Il caso, oltre a infestare i social, rimbalza fino al Times. Lascio ad altri cronisti lo spinoso compito di decidere chi ha leso chi. Ma c’è un dettaglio nel discorso di lui (non passerà alla storia come esempio di oratoria) che ci può far riflettere. ‘Cara Cristina, a Myconos vai col tuo avvocato, sii felice con lui ( è un viaggio che i promessi sposi dovevano fare insieme), come sai è tutto pagato, come è pagato il viaggio in Vietnam…’
Diverse latitudini, età disparate, e disparati il censo, il peso sociale e quello patrimoniale dei personaggi. Ma i tre casi rimandano alla sovranità d’un valore unico, figlio prediletto del pensiero unico: il pandemico Danaro. Che il danaro maneggi parte consistente dei fili del mondo non è grande scoperta. Ma che sia diventato il Burattinaio Unico, questo dovrebbe farci sobbalzare.
Una ventenne che soldi non ne ha mette in palio la sua stessa vita partecipando a una festa che tanti a Milano sapevano ad alto rischio. ‘Prima o poi ci scappa il morto’, si diceva delle feste di Genovese. Lei sopravvive, ma incassa danni fisici e (si suppone) psichici permanenti.
Lo stimatissimo professionista torinese ci tiene a precisare, con ineleganza sovrana, che i due viaggi, Myconos e Vietnam, cui spinge la ripudiata a fruire col supposto amante, sono già tutti pagati. La precisazione desta meraviglia. Sulle oneste labbra del pizzicagnolo all’angolo, abituato ai piccoli calcoli precisi per non chiudere bottega, sarebbe del tutto comprensibile. Quasi virtuosa. Su quelle del dovizioso torinese – e sulle orecchie destinate a riceverla, a lui affini, si suppone – suona quasi allarmante.
‘Il danaro è un pessimo padrone, ma un servitore eccellente’.
La paternità dell’azzeccatissima definizione è contesa da tre eminenti personaggi: Dumas figlio, il signor Barnum (sì, quello del circo) e Papa Leone XII. A voi la scelta. Le acritiche moltitudini contemporanee paiono aver perso ogni controllo sul servo rischioso, così lui la fa non soltanto da padrone, ma addirittura da Guida. Che in tedesco, ricordiamolo, si dice ‘Fuhrer’.
Cosa fare, cosa proporre, come opporsi alla resistibile ascesa dell’invasato?
A un Demone si può contrapporre soltanto un Genio.
Tutti gliel’hanno riconosciuto, come lo riconoscono a Einstein. Si chiama Charlie Chaplin, e in uno dei suoi incontri con Einstein – suo grande estimatore – questi gli disse ‘Io l’ammiro. Tutto il mondo la capisce, l’applaude, eppure lei non dice una parola!’. (Muti erano allora i film di Charlot). Lui rispose ‘Io ammiro lei. Tutto il mondo l’applaude, senza capire una sola parola di ciò che dice…’
Ma prima del podio universale, della raffica stordente d’incontri coi grandissimi di allora – Churchill, Gandhi, Rachmaninoff, Bernard Shaw, Lady Astor, Randolph Hearts, Eleonora Duse, Ejzenstejn, il Principe di Galles (the famous One!) et cetera – per Charlot ci fu l’infanzia. L’adolescenza.
Tragiche e insieme ispiratrici. L’indicibile, spietata povertà londinese di fine ottocento(nasce nell’89). Un altro grande Charles (Dickens) non l’avrebbe sceneggiata con maggior pathos. Il monolocale seminterrato, ovviamente umido e buio, la madre attrice, graziosissima, geniale e sventurata. Le si spezza (per sempre) la voce, non può più recitare, marito alcolista e lontano, come campare? E allora cuce camicie, si svena per Charlie e Sydney, i suoi due bambini che l’adorano, che lei adora. E non lo fa mai con tetraggine, ma sempre con allegria, tutta l’allegria che le riesce d’inventarsi. Improvvisa pantomime, piccole pièces, indossa i suoi logori vestiti da palcoscenico, tiene alto il morale dei bimbi in tutti i modi, fino all’ultima goccia, si direbbe, del suo generoso sangue spirituale. Ciò le costa svariati ricoveri in manicomio, vissuti dai figli con pena, sì, ma anche con sollievo: lì starà al caldo, lì mangerà. Matta per denutrizione, potremmo diagnosticare. Difatti ne esce, e così loro (nel frattempo hanno soggiornato nei tetri ospizi per orfani del circondario). Si ritrovano, e in tre riprendono la lotta spietata – e Maestra, se ce la fai – per il pane quotidiano.
Aveva un dono, Charlie. Comunicare col pubblico, farlo ridere. Lo si vide fin da quando aveva cinque anni.
Alla madre in palcoscenico si spezzò la voce, l’impresario buttò in scena il bambino – lui, Charlie – che assisteva dalle quinte. Lo aveva visto improvvisare davanti agli amici, gli parve subito ‘dotato’. Fu un successo. Il bimbo cantò, ballò. Si sentiva del tutto a suo agio col pubblico, che, intenerito, gli lanciava monetine. Stupefatto, smise di cantare per raccoglierle, entrò l’impresario e si mise a raccoglierle lui, per far sì che il bimbo si rimettesse a ballare. Charlie lo guardò storto, temeva si tenesse il danaro. La mimica non studiata del piccolo fu immediatamente compresa. Il pubblico applaudì e rise più forte.
Dopodiché? STACCO su ‘TEN YEARS LATER’, e lui ragazzo che si tuffa nella megapiscina della sua grandiosa villa di Beverly Hills? Macché! La vita non conosce certe vistose scorciatoie da trailer.
Ci fu ancora fame, e fame e fame. Ci fu il definitivo ricovero della madre in manicomio. Ma lentamente, progressivamente, con tenacia spaventosa, Charlie il tessitore, andò fabbricando col filo d’oro del Dono la tela delle sue opere. Le maggiori, le consacrate, ce le offre oggi, e gratis, Rai Play: chiunque non le conosca, e anche tutti quelli che già ‘le sanno’ è invitato a goderle.
Magari cominciando da ‘Tempi moderni’. Inquadratura inizio film: un fitto gruppo di pecore bigie, monodirezionali, che s’affrettano verso non si sa cosa, certo niente di carino per loro.
Individuare il proprio dono – si vocifera che ciascuno di noi ne abbia uno – è il primo potente step per far sì che la vita diventi ‘la mia vita’. Di doni ne esistono centinaia, e con tante sfumature. Ma oggi il Servo Invasato che siede a cassetta e ci guida nelle fauci del Nulla, li ha ridotti a cinque-sei: ‘modella’(con annesso sottotipo di ‘ragazza/immagine’), influencer, cantante se sei femmina. Influencer, youtuber, vlogger, musicista techno per i maschi. Con milioni di visualizzazioni sui social, ovvio. Le puoi comprare fasulle da certe ciniche aziende, appena rimedi quel tanto per pagarle. Prezzo abbordabilissimo, specie per le più ‘scrause’ (dopo poco svaniscono, nel viziato etere che le ha generate). ‘Me la canto e me la sòno…’, insomma.
Scoprire (o rivedere) i film di Chaplin, leggere la sua autobiografia – (reperibile all’istante su Amazon) – è, al contrario, una straordinaria immersione nel vero. Nel profondo, nel sofferto, nell’incomparabile potere attrattivo del Sorriso.
Don Coluccia, il prete antispaccio delle periferie romane, appena reduce da un attentato a Tor Bella Monaca, dichiara a un quotidiano ‘ciò che serve nelle periferie è più bellezza’. Cosa intende?, chiede l’intervistatore. ‘Serve creare cultura e bellezza’, ribadisce lui.
Nulla di più vero. Singolare sentirlo dire da un prete di frontiera. Di periferia. Di uno di quei luoghi dove prima del companatico si direbbe che serva il pane. Ma a quanto pare, la pensiamo allo stesso modo. Cultura e bellezza, oggi, non sono più il contorno. L’ornamento, il superfluo. Sono diventati il pane.


Stupendo articolo!!!!
L’ho letto con un’attenzione passionale, trasportato dai concetti così diretti e chiari, spero anche utili ai giovani sognatori.
Attendo il suo prossimo articolo con impazienza.
Grazie
È un inno alla bellezza e alla vita vera, che include anche la quotidiana e faticosa ricerca di equilibrio (sempre precario) e armonia. Non tutti cercano la bellezza, io e Carlotta certamente sì!
Brava ,un pezzo da conservare
Aspetto il prossimo