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Finanziaria da mal di pancia “grazie” al Superbonus

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Dice Giorgetti che sono 80 i miliardi di euro che lo Stato (ovvero noialtri che paghiamo le tasse, diciamo noi) dovrà sborsare nei prossimi anni per ripagare quella bella idea del Superbonus, la mega mancia che il governo Conte II si era inventato per far lavorare le imprese edili a costo zero per i proprietari di casa, compresi quelli ricchi.

Una pensata che doveva servire a far schizzare in altro il nostro Pil, salito invece di appena l’1 per cento. Conti diversi aveva fatto il leader grillino, secondo il quale «Con questa misura abbiamo fatto in due anni il +10 per cento di Pil».

La cosa non è andata giù all’attuale ministro dell’Economia, che parlando in chiusura al Forum Ambrosetti (secondo i maligni la nostra piccola Davos) ha detto: «Questo governo ha pagato 20 miliardi e altri 80 rimangono da pagare: la cena l’han già mangiata tutti e si sono alzati. A noi resta da pagare il conto che va nel Patto di stabilità del 2024, 2025, 2026».

I mal di pancia di Giorgetti

Se i conti di Giorgetti sono giusti, va detto che le sue dichiarazioni suonano un po’ come una scusa per anticipare i contorni di una Finanziaria che potrebbe essere sui livelli di quelle di Mario Monti. In fondo il costo del Superbonus era noto da tempo, che se ne parli solo ora per giustificare una legge di Bilancio che tra flat tax, tagli del cuneo e fisco amico si era annunciata generosissima suona un po’ sospetto.

D’altra parte il ruolo di Giorgetti non è facile; da un lato deve soddisfare gli appetiti spenderecci del suo capopartito Salvini, che ancora promette pensioni a 60 anni di età quando tra un po’ ci andremo a 60 di contributi, dall’altro deve fare i conti con una drammatica mancanza di risorse che potrebbe diventare addirittura tragica se l’Europa deciderà di far tornare il Patto di stabilità, che pretende dall’Italia una diminuzione drastica della spesa pubblica.

Patti chiari

Il governo Meloni finora ha giocato una partita rischiosa, rifiutando la proposta di revisione di Bruxelles (che ne ammorbidirebbe di molto i toni) sperando di ottenere una sospensione anche per il 2024 (ricordiamo che il Patto è stato sospeso per le conseguenze economiche del Covid e non è ancora rientrato in funzione). Ma il commissario all’Economia Gentiloni dallo stesso palco aveva messo in guardia Palazzo Chigi: se non si troverà un accordo per una modifica al Patto, a gennaio 2024 tornerà applicabile quello esistente, con ovvie conseguenze sulla spesa pubblica italiana, il cui debito è ormai al 145% del Pil (secondo le norme europee non dovrebbe sforare il 60%).

La strada da percorrere è quindi la solita; inventarsi una Finanziaria che cavi il sangue dalle rape e darsi da fare per spiegare ai cittadini che la colpa è tutta dei governi precedenti. Strada rischiosa perché se è vero che il Superbonus è stato varato dal Conte 2, quando la Lega era all’opposizione, altre riforme spenderecce come il tanto vituperato Reddito di cittadinanza e la costosissima Quota 100 sono state approvate con la Lega al governo. Inoltre da parte del Carroccio non si ricordano grandi sostegni a Draghi che, da premier, ebbe parole di fuoco nei confronti del Superbonus venendo poi attaccato da tutto il Movimento 5 stelle, che di lì a due mesi fece cadere il governo.

La Meloni, che si è fatta tutta la scorsa legislatura all’opposizione e ha sempre criticato la misura, ha più titolo per parlare ma sembra per ora non voler entrare nella polemica politica. Sa che gli italiani la giudicheranno in base ai risultati ottenuti dalla prossima legge di bilancio e il suo profilo, tanto lavoro e poche dichiarazioni, è forse quello più adatto a superare questo momento difficile. Sempre che riuscirà a ottenere un contributo concreto dai sempre più riottosi alleati leghisti e forzisti, già mentalmente alle prese con un altro appuntamento, le elezioni europee di giugno.

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