Sarà che la tanto sbandierata controffensiva ucraina è sempre più un fallimento: sarà che Putin sta sempre lì più forte di prima e deciso a non mollare la presa; sarà che la Nato, e gli Usa in particolare, non sanno come uscire da un conflitto che rischia di pregiudicare la riconferma di Biden alla Casa Bianca; il nervosismo sale e c’è chi sta letteralmente perdendo la testa.
Adesso non si può più parlare bene della Russia nemmeno per ciò che riguarda la sua storia, la sua cultura e le sue tradizioni, senza che questo sia visto come un’offesa nei confronti dell’Ucraina. Papa Francesco, di ritorno dal viaggio in Mongolia, si è trovato costretto a giustificare certe sue dichiarazioni di amicizia nei confronti del popolo russo che sono state interpretate a Kiev niente meno che come un sostegno all’imperialismo di Mosca.
Davvero curioso questo Zelensky; va in Vaticano ad incontrare il papa, in pratica lo umilia in mondovisione dicendogli che dell’azione diplomatica della Santa Sede non sa che farsene perché la pace si deve fare alle sue condizioni, e poi pretende che il pontefice dichiari ciò che piace a lui.
Ma cosa ha detto Bergoglio di tanto scandaloso? Ciò che tutte le persone dotate di buonsenso dovrebbero condividere. Francesco ha invitato il popolo russo a farsi carico della propria eredità parlando di “grande Russia” in merito alla sua storia, alla sua cultura, alla sua letteratura, alla sua musica. Perché è proprio con la cultura che si favorisce il dialogo e si mette fine ai conflitti, perché la cultura è il miglior antidoto contro le ideologie totalitarie. Ma come ormai avviene ogni volta che il papa non parla la lingua del “Vangelo secondo Zelensky”, ecco che viene messo nel mirino e accusato di essere filo russo. Stavolta addirittura di aver inneggiato all’imperialismo di Putin.
Piaccia o no al presidente ucraino la Russia non si può cancellare dai libri di storia, così come il fatto di detestare Putin o di condannare l’aggressione all’Ucraina, non può giustificare la furia iconoclasta che si è scatenata contro il popolo russo al punto da vietare le esibizioni dei suoi artisti nei teatri occidentali, rifiutare i suoi sportivi nelle gare internazionali, proibire addirittura di insegnare Dostoevskij nelle scuole e nelle università. Al papa non si perdona il suo essere neutrale, l’aver cercato sin da subito una soluzione diplomatica al conflitto tenendo aperto il dialogo con Mosca, consapevole che non si può essere mediatori credibili se si è schierati da una parte.
Giovanni XXIII sarebbe riuscito a pacificare le tensioni fra americani e russi ai tempi della crisi di Cuba se come chiedevano i suoi consiglieri in Vaticano si fosse schierato contro i sovietici e dalla parte degli americani rimarcando l’anticomunismo della Chiesa?
È comunque imbarazzante per un pontefice doversi giustificare davanti al mondo per aver difeso un grande popolo che non può essere responsabile per le scelte di chi lo governa. Senza essere filo putiniani si può tranquillamente affermare che papa Francesco ha detto una grande verità, e forse proprio per questo ha dato fastidio a chi alle verità preferisce la dittatura del pensiero unico. La “grande Russia”, la Russia di Pietro il Grande e di Caterina, la Russia patria della cultura, la Russia di Dostoevskij e di Cajkovskij, la Russia che è stata culla e baluardo del cristianesimo ortodosso contro gli ottomani, non può essere cancellata, così come non si può cancellare la Russia che ha contribuito a sconfiggere il nazismo nella seconda guerra mondiale, liberando i campi di sterminio, e questo al netto delle atrocità compiute dallo stalinismo. Non possiamo cancellare tutto perché così vuole Zelensky, nel suo tentativo di sradicare la cultura russa dall’Ucraina e occidentalizzare forzatamente il Paese. Del resto Zelensky non è forse figlio del globalismo planetario e fervente sostenitore delle politiche economiche, finanziarie, laiciste e migrazioniste delle lobby mondialiste americane? E allora qual è il vero imperialismo da temere e combattere?



