Via della seta. Le novità dopo la visita di Tajani in Cina

sabato, 9 Settembre 2023
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La missione cinese del ministro degli Esteri Tajani si è conclusa il 5 Settembre e con non poche novità. La visita a Pechino ha attirato l’attenzione dei media e della società internazionale, per ovvi motivi. Difatti sono passati quattro anni dall’ultima visita di un ministro degli Esteri italiano in Cina.

La Farnesina ha affermato che l’obiettivo primario della visita è stato quello di rilanciare il dialogo bilaterale nei settori di comune interesse, nell’ottica del partenariato strategico istituito nel 2004. Per intenderci, la volontà di sottolineare gli aspetti positivi che hanno caratterizzato l’asse Roma-Pechino da anni, potrebbe essere un tentativo per distogliere l’attenzione dal mancato rinnovo sulla Belt and Board.

Si tratta di un progetto strategico che fa capo a Pechino, nato con l’obiettivo di stringere accordi con i singoli Stati e con le loro aziende. Per quanto l’accostamento all’antica Via della Seta sia suggestivo, il collegamento non è tanto fisico e infrastrutturale quanto commerciale e industriale. Nello specifico si tratta di accordi che coprono diversi settori, dalla tecnologia all’agricoltura fino ad arrivare ai media e alla cultura.

L’intenzione di Pechino è sempre stata quella di strutturare una via preferenziale con l’Europa, così da incentivare, se così vogliamo dire, i paesi dell’UE a guardare verso est. I vantaggi strategici a favore della Cina sono più che evidenti, peccato che un’impostazione di questo tipo si contrapponga al tradizionale legame Atlantico.

È per queste ragioni che l’Italia sta prendendo in considerazione la possibilità, alquanto concreta, di non rinnovare il Memorandum d’intesa sulla partecipazione italiana al progetto delle Nuove vie della seta. Ragionando in questi termini sembrerebbe che la visita di Tajani, più che a rafforzare i rapporti tra Pechino e Roma, sia servito ad evitare un vero e proprio scontro diplomatico.

È lo stesso Tajani ad affermare che: “ C’è un partenariato strategico e dobbiamo rinvigorirlo. Siamo convinti che anche dal punto di vista della cultura possiamo fare di più e vogliamo incrementare le presenze turistiche italiane in Cina e quelle cinesi in italia. I rapporti sono indipendenti dalla partecipazione o meno alla Via della Seta, a momento opportuno si prenderà la decisione. Quello che conta in questa visita è rinforzare i legami con la Cina e continuare a essere presenti in un mercato così importante”.

A tal proposito il ministro della difesa Guido Crosetto non ha usato troppi giri di parole nel dire che la scelta di aderire alla via della seta fu “un atto improvvisato e scellerato, fatto dal governo di Giuseppe Conte”. In questo senso è bene ricordare che dalla firma dell’accordo l’Italia non ha avuto grandi benefici: secondo i dati dell’Osservatorio Economico della Farnesina, dal 2019, anno della degli accordi, l’export italiano in Cina è passato da 12,9 miliardi ai 16,4 del 2022.

Una crescita modesta, specie se paragonata alle importazioni cinesi nel nostro Paese, passate da 31,6 miliardi a 57,5. Inoltre  dopo quattro anni dalla firma del memorandum d’intesa possiamo dire che importiamo più di quanto esportiamo in Cina, sbilanciando la nostra bilancia commerciale.

A fronte di questi dati oggettivi anche il ministro Tajani si è trovato costretto ad affermare che: “Non abbiamo ottenuto grandi risultati con la Via della Seta ma questo poco importa. Noi siamo intenzionati ad andare avanti con il rafforzamento delle relazioni commerciali.

L’export è parte importante della nostra politica economica, rappresenta quasi il 40% del Pil e stiamo lavorando per organizzare con l’Ice un grande evento per presentare una strategia dell’export italiamo per valorizzare il Made in Italy nel mondo e permettere la crescita dell’economia. La priorità è dare risposte concrete ai cittadini, far capire loro che c’è un governo che si occupa della crescita economica”.

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