Come è percepito il pericolo del cambiamento climatico tra gli italiani? Per capirlo, Lo Speciale ha condotto un sondaggio basato su quattro domande aperte.
Il focus dell’indagine è capire quanto e come nuove e vecchie generazioni percepiscono gli effetti della crisi climatica. Di fondamentale importanza anche la sfera europea. Dal Green Deal al Recovery Plan, infatti, sembra essersi ormai consolidata una “via europea” sempre più definita in materia ambientale.
Di seguito sono riportate le quattro domande aperte poste ad un campione di 130 individui di età variabile tra i 16 ed i 64 anni:
–Quanto e come percepisci il pericolo del cambiamento climatico nella tua vita?
-Credi che il pericolo descritto dai mass media odierni rifletta la realtà dei fatti? Se no, in che modo?
-Quale dovrebbe essere, secondo te, il ruolo dell’essere umano in questa transizione ecologica?
-Ritieni che la direzione presa dell’Europa nella lotta al cambiamento climatico (green economy) sia quella giusta? In che modo funziona / non funziona?
I risultati del sondaggio evidenziano una tendenza generazionale, probabilmente influenzata dall’epoca storica di riferimento. Per quanto riguarda la fascia di età compresa tra i 16 ed i 25 anni, infatti, le parole chiave riscontrate nei risultati sono le seguenti: paura, ansia, rischio e pericolo imminente. Parole che rimarcano un sentimento di pessimismo generale. L’ecoansia sembra quindi concretizzarsi e diffondersi soprattutto nelle nuove generazioni, forse più coscienti, o semplicemente più influenzabili. Attenzione però, la preoccupazione climatica non è da considerarsi puramente generazionale. Una buona percentuale degli over 50 ha in effetti fornito risposte in linea con i più giovani, sintomo di una diffusione culturale rapida e bilaterale, almeno per quanto riguarda il Green.
Per quanto riguarda gli effetti della comunicazione di massa i risultati diventano nettamente più interessanti. Solo il 10% degli intervistati ritiene di avere fiducia nella veridicità delle notizie diffuse. Il restante 90%, invece, si divide in maniera approssimativamente equilibrata tra chi ritiene che la comunicazione della crisi sia esagerata e chi, al contrario, la reputazione insufficiente.
Stesso destino per quanto riguarda il ruolo dell’essere umano nella lotta al cambiamento climatico. Se per il 60% circa degli intervistati il famoso “piccolo gesto individuale” può effettivamente portare ad un cambiamento a lungo termine, il restante 40% si definisce ormai disilluso. Sostenitori della teoria per cui il punto di non ritorno sarebbe stato già superato.
In materia di fiducia nell’azione europea invece ha evidenziato un dato di particolare importanza. Tra chi concorda con le decisioni di Bruxelles e chi se ne distacca, infatti, la maggioranza degli intervistati ha dichiarato di non saperne abbastanza. Un dato apparentemente irrilevante ai fini del sondaggio, che evidenzia però una possibile fallacia comunicativa delle istituzioni europee.
Può dunque funzionare un piano di azione comune che non arriva ai cittadini europei? Se lo scopo del grande progetto europeo è quello di costruire una coscienza matura e comune in tema ambientale, è possibile che a necessitare la ristrutturazione più grande sia proprio la comunicazione dall’alto al basso?



