Surreale, sperimentatore, visionario, irriverente. Benito Franco Giuseppe Jacovitti è stato uno dei più originali disegnatori italiani fino a diventare un importante artista di riferimento per il fumetto del Novecento. A cent’anni dalla nascita, fino al 25 febbraio il mondo fantastico e giocoso di Jacovitti si dipana in due esposizioni, contemporanee, parallele e complementari nelle città più care all’artista (dov’è nato e dov’è morto), che portano lo stesso nome, “Jacovittissimevolmente”: al Maxxi di Roma e al Macte di Termoli, la prima (a cura di Dino Aloi e Silvia Jacovitti) di taglio più antologico; l’altra (a cura di Luca Raffaelli) che approfondisce le invenzioni tecniche e linguistiche dell’artista. Jacovitti esordisce giovanissimo come fumettista e dal suo pennino geniale spuntano personaggi divenuti celebri nell’immaginario popolare, come Cocco Bill, Zorry Kid, Jack Mandolino, Tom Ficcanaso che arrivano sulle strisce de Il Vittorioso, il Corriere dei Piccoli e il Corriere dei Ragazzi. In particolare, le vignette del Diario Vitt hanno accompagnato per trent’anni generazioni di giovani studenti e insegnanti italiani, grazie anche all’uso dei quaderni, agende e diari che spesso riportavano sulle copertine questi curiosi personaggi alcuni dei quali sono stati protagonisti di caroselli televisivi negli anni Sessanta.
La fantasia spiazzante dell’artista molisano cala i protagonisti delle tavole in un mondo improbabile, popolato da elementi grafici estranei al contesto narrativo: barchette di carta, scatole di cerini, sigarette e, forse i suoi tratti più distintivi e conosciuti, i salami e le famosissime lische di pesce. «Ho inventato – spiegò in più di un’intervista – anche delle espressioni similonomatopeiche diverse da quelle delle strisce americane: gulp, sob, sdeng. Per uno schiaffone io metto: schiaffffon. Oppure: cazzotttton».
Al Macte, Museo di Arte Contemporanea di Termoli è possibile ammirare “Tutte le follie di Jac!, a cura di Luca Raffaelli, per approfondire invenzioni tecniche e linguistiche che hanno reso “la lisca di pesce” (il soprannome dell’artista di quando era giovane e magrissimo) uno stile riconoscibile e Jacovitti un inventore di segni e personaggi indimenticabili, un creatore di un mondo surreale, costruito grazie al metodo di lavoro unico che lo portava a creare disegni, storie e dialoghi direttamente con la china.
«La mostra – spiega il curatore Luca Raffaelli – parte dall’analisi dalla sua capacità di improvvisazione fumettistica indagando, nelle varie sezioni espositive, le caratteristiche più importanti del suo metodo di lavoro: i riempitivi, salami, vermi e invenzioni che, senza alcun motivo logico o narrativo, invadono le sue tavole; i continui giochi di parole, le assurde linee cinetiche che mostrano i movimenti dei personaggi; le onomatopee del tutto particolari per cui il suono di uno schiaffo è proprio schiaffo, il corpo, tagliato, spezzato, fatto a fette (a volte senza neppure procurare dolore), e la sua innovativa rottura della quarta parete (un “muro immaginario” posto di fronte al palcoscenico, attraverso il quale lo spettatore osserva l’azione che si svolge nell’opera rappresentata) per cui i personaggi in difficoltà possono rivolgersi direttamente ai lettori o al loro creatore».
Un grande narratore dell’Italia del ‘900, di enorme talento che andava doverosamente celebrato.



