Zelensky. Nel bunker è un uomo solo nemmeno al comando. Colpa di Israele

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Il Time riporta le critiche dei suoi più stretti collaboratori che non osano dirgli la verità (è la sindrome del bunker): “Non avanziamo”.

Il generale Zaluzhny ammette però, l’impasse militare: “Come nella prima guerra mondiale, abbiamo raggiunto uno stallo. Molto probabilmente non ci saranno sfondamenti profondi”. Tradotto, la tanto strombazzata avanzata per la riconquista delle terre perdute (Donbass), annunciata urbi et orbi, è un fallimento. E alla lunga, il blocco, la guerra dei nervi, di logoramento, favorirà Putin.

E questo Zelensky lo sa bene. E poi, non ci voleva proprio il conflitto israelo-palestinese. Tutta l’attenzione mediatica su cui aveva puntato, organizzando format scientifici quasi da Grande Fratello, è ora avvolta da una pericolosa nebbia.
Gli Usa, la Ue, sono distratti e stanno pensando, oltre a recuperare un prestigio e un’autorità ridotte al minimo, di fronte all’avanzata di tanti paesi del mondo non allineati, sempre più numerosi (Cina, India, Brasile, Turchia, Medio-Oriente, Africa), che sfuggono alla vecchia logica della guerra fredda (“impero del bene” contro il male), devono per logica e priorità geopolitica aiutare Tel Aviv (sostegno militare ed economico). Non ingannino gli appelli al buonismo internazionale che chiamano diritto, o le richieste di corridoi o pause umanitarie: servono solo a tacitare la loro coscienza.

E, come se non bastasse, Biden ha due problemi interni non da poco che evocano il ritorno di Trump: la contestazione da destra per i continui finanziamenti a Kiev; e la contestazione da sinistra, per il suo appoggio a Israele.
Tutto il vecchio armamentario culturale, economico e mediatico teme, infatti, l’asse tra i paesi non allineati e l’islamismo: una bomba sull’Occidente che in prospettiva potrebbe far implodere sia Bruxelles che gli Usa, ormai inadatti a capire il nuovo e guidare ancora il cambiamento del mondo.

E Zelensky, se sta perdendo sul campo (almeno che non ci sia un miracolo), la guerra dei nervi l’ha già persa. E’ nervoso, irascibile, si sente abbandonato. La sua agenda è vuota, nessuno lo chiama più; nessuno lo invita. In fondo, i morti in Medio-Oriente, in un conflitto appena partito, battono di gran lunga quelli ucraini e russi.
Lui insiste ancora sulla vittoria finale perché conosce la realtà: l’Ucraina esiste solo per gli aiuti esterni, altrimenti non è né libero, né sovrano (non è padrone delle infrastrutture, dell’economia, dell’energia etc).
Un logoramento che lo sta affliggendo. Lo stesso logoramento, la famosa stanchezza, di cui ha fatto cenno la nostra premier.
Che le parole-termometro della Meloni siano il demone di Zelensky?

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