Giulia e gli svarioni della retorica dell’antigenere

lunedì, 20 Novembre 2023
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Giulia Cecchettin non è stata uccisa dal patriarcato, ma da un criminale. Il patriarcato non uccide, non può uccidere, perché il patriarcato è una cultura stratificata, cui si sono sovrapposte altre culture. Uccidono invece gli individui, soprattutto quando sono frustrati in modo malato, quando si portano l’inferno nel cuore, perché magari sono cresciuti male, senza punti di riferimento morali, senza qualcuno che abbia incarnato ai loro occhi il senso del rispetto per sé e per gli altri.

Invece, in questi giorni di dolore collettivo per Giulia, figlia di tutti noi, sorella di tutti noi, amica di tutti noi, si rinnova il rito sacrificale e demolitorio di un mondo che non c’è più, un mondo evocato solo per essere (simbolicamente) distrutto, il mondo, appunto, del patriarcato e del «maschio forte e sessualmente dominante», come ad esempio sottolinea, su “la Repubblica”, la scrittrice Arianna Farinelli.

C’è da dire che questo furore ideologico è stato in qualche modo attivato dalle parole, cariche di rabbia e di amarezza, della sorella di Giulia, Elena, che ha subito puntato il dito contro la società che sarebbe dominata dai maschi. «Nessun uomo è buono – scrive la giovane in una lettera al “Corriere della Sera” – se non fa nulla per smantellare la società che li privilegia tanto. È responsabilità degli uomini in questa società patriarcale dato il loro privilegio e il loro potere». E poi una frase che mette un po’ i brividi: «I “mostri” non sono malati, sono figli sani del patriarcato, della cultura dello stupro».

C’è da capire lo strazio di questa ragazza per la morte della sorella. Ma le sue parole si prestano a essere strumentalizzate da quelle correnti mediatiche, politiche e culturali che puntano a cambiare il Dna della nostra società, ad abolire ogni differenza di genere spacciandola per privilegio e sopraffazione. E dispiace che nelle trappole mentali preparate da questa “cultura” (chiamiamola così) della demolizione e della manipolazione cadano anche personalità moderate e ammodo come Antonio Tajani, il quale ha chiesto scusa, «come uomo, a tutte le donne, a cominciare da mia moglie e da mia figlia, per quello che fanno gli uomini».  Il ministro degli Esteri sta scherzando? Nascere uomini è forse, di per sé, una colpa?

È però anche il caso di notare che in questi momenti ad alta tensione ideologica la retorica dell’antigenere mostra l’intima contraddizione che la ispira, la contraddizione di voler, da un lato, abolire ogni differenza tra maschio e femmina (a partire dal linguaggio) e di pretendere, dall’altro, di attaccare il genere maschile in quanto tale.

Si tratta di una contraddizione che genera confusione. È così, ad esempio, che solo menti confuse possono aver concepito il manifesto per la manifestazione di solidarietà con Giulia indetta dal movimento “Non una di meno”. Nel testo la “a” che indica il genere femminile è sostituita dal carattere “schwa”, una sorta di “e” rovesciata che indica il neutro. Così che ne risultano questi obbrobri semantici: «Se domani non torno, sorell…», «se domani tocca a me, non voglio essere l’ultim…». Al posto di “sorella” e di “ultima” ci sono due neutri. La manifestazione per Giulia non è forse indetta contro i femminicidi? Ma, se si abolisce il genere “femmina” (al pari del genere “maschio”) come si fa a parlare di “femminicidio”? Evidentemente, oltre a sovvertire la società, certi movimenti vorrebbero sovvertire anche la logica.

Detto questo, la violenza contro le donne va certo inserita nel contesto sociale in cui avviene. Ma, prima di prendersela contro chi non c’è più, cioè il patriarcato, sarebbe opportuno puntare i riflettori sul deserto morale in cui si formano le nuove generazioni, un  deserto in cui si possono facilmente sviluppare personalità fragili e, proprio per questo, soggette a derive criminali.

«La saggezza del padre è il più grande ammaestramento per i figli», sosteneva Democrito. Il problema è che oggi si punta ad abolire i padri. E anche le madri.  

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