Giulia-Filippo. Basta demonizzare i maschi. Interroghiamoci sul vero male

martedì, 21 Novembre 2023
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Invidia, gelosia, anaffettività, violenza, mancanza di rispetto, social, bipolarità dei giovani, apparentemente “bravi ragazzi”; amore confuso col possesso, importanza nel denunciare i narcisisti patologici ai primi sintomi, donne considerate cose, mera proprietà, incomunicabilità, incapacità da parte dei grandi di comprendere i loro figli, se non addirittura giustificazionismo: tutte osservazioni giuste.

Però per favore (andando oltre il tragico caso della morte di Giulia), non limitiamo le analisi e le ricette pedagogiche alla demonizzazione dell’uomo, al redivivo post-femminismo (silente invece, quando la cronaca nera non conviene); maschio paragonato ormai al criminale seriale, con messaggi di autolesionismo ideologico del tipo “mi vergogno di essere uomo”, veicolati proprio da uomini politicamente corretti (come se non ci fossero donne che uccidono e ragazzine protagoniste delle baby gang). Non prendiamocela solo col patriarcato per affermare e costruire una presunta società virtuosa sulle ceneri del passato, che guarda caso, coincide col pensiero unico laicista e magari con l’educazione sessuale in classe, vedi propaganda gender.

Mai nessuno, soltanto pochissimi, che tentino di decifrare in profondità le origini dell’odierno male.
Parliamo infatti, di “relazioni tossiche” a 360 gradi, che riguardano trasversalmente le generazioni e che hanno due luoghi-specchio emblematici: la famiglia e la società.
Se viviamo dentro “un’economia del desiderio”, non possiamo lamentarci se stiamo dentro anche a “una società del desiderio”, dove le persone sono ridotte a cose, a merce da acquistare, comprare e gettare nel secchio in un nanosecondo quando non servono. Una società dove ogni desiderio deve diventare obbligatoriamente un diritto. E se questo diritto non viene soddisfatto, si trasforma in limite odioso, in frustrazione insopportabile (i famosi no che non vengono accettati); e per conseguenza naturale, si rimuove, si azzera l’ostacolo, si uccide. Non è questo il codice malato che sta degradando la vita delle persone? Può essere pure il residuo del vecchio patriarcato, ma inserito perfettamente in un quadro consumistico, edonistico, individualistico, social (in realtà “individual”), producendo una sfilza di ragazzi bipolari, scissi tra l’immagine esterna e i loro demoni interni, che hanno a che fare sempre con un grave problema relazionale. Non a caso Filippo era ritenuto “un bravo ragazzo”; ma, secondo precise testimonianze di chi lo conosceva bene, era totalmente anaffettivo. Che direbbe oggi Pasolini che denunciava già nel 1974 il male consumistico e il suo riflesso devastante a livello sociale?
E il più grande e disarmante paradosso è notare che chi collega esclusivamente i femminicidi al patriarcato evita di comprendere la radice consumistica, laicista, individualistica (ogni desiderio è un diritto: scelgo il sesso, mi compro il figlio, butto le persone che non amo più etc), che riguarda molti aspetti della cultura moderna, in primis di sinistra (liberal, radical).

E ancora (dal pubblico al privato): la famiglia al centro del mirino. Perché nessuno si interroga sulle relazioni non sempre sane tra genitori, tra padri e figlie femmine, tra madri e figli maschi? Un familismo molto spesso “amorale” che in Italia è molto forte e diffuso. Nuclei chiusi dove si coltiva l’indifferenza, l’ostilità, se non l’avversione per le regole e per tutto ciò che è esterno (l’atteggiamento predatorio verso lo Stato ne è un effetto estremamente negativo). E cosa grave, la relativizzazione del male: genitori che fanno i sindacalisti dei figli, che aggrediscono medici e professori solo per una punizione, una cura sbagliata, una bocciatura scolastica.

Se “dietro un grande uomo c’è una grande donna”, è anche vero che dietro “un piccolo uomo c’è una piccola donna”. Dove nasce il mito della donna che deve essere trattata da principessa, eternamente al centro dell’universo, che si identifica poi con la seduzione e il consenso dei maschi? Dal rapporto morboso col padre e dallo scenario Disneyland disegnato da mamma e papà. Dove assorbe la figlia femmina i comportamenti da zarina dietro le quinte o da crocerossina che deve salvare il maschio narcisista patologico? Dalle madri dedicate, devote, sofferenti, che subendo le prevaricazioni del maschio, pensano di manipolarlo sottobanco per il bene della famiglia. Donne che confondono la realtà col loro pensiero. Chi educa il figlio maschio a essere imperatore viziato, dove tutto è dovuto, e quindi un impotente, che pretende di conquistare persone e cose e non riesce a digerire le sconfitte (lavorative, sentimentali, esistenziali)? Semplice: lo educa la madre portatrice insana della “sindrome della Fata Turchina”, che gestisce tutto e che deve restare l’unica donna della sua vita.

Infine, la superficialità dei rapporti, sempre parto della cultura attuale (inclusiva, tollerante, multiculturale e multietnica, televisiva, social, individualistica, commerciale): ragazze che solo per attrazione fisica si uniscono, senza un’adeguata ponderazione a ragazzi di altre culture, altre religioni, trascurando proprio questi elementi, che sono alla base della relazione stessa. E qui si apre il tema del rapporto con l’Islam o culture arretrate, che poi sono un macigno nella gestione corretta dei sentimenti.
E da questo punto di vista, Islam, consumismo e progressismo (donne considerate proprietà, amore come possesso) vanno d’accordo.

 

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